Quella notte sul Galilea

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    Bruno Galet è nato il 24 ottobre 1921 e vive a San Giovanni del Tempio, una frazione di Sacile. Partì giovanissimo per la Grecia con il btg. “Gemona” e fu uno dei pochi superstiti del Galilea, silurato la notte del 28 marzo 1942. In questa testimonianza rivive la speranza del rientro in Patria, il tragico momento dell’affondamento, il salvataggio e l’angoscia per aver perso tanti compagni.

     

    Non avevo ancora vent’anni quando fui chiamato a militare, con un anno di anticipo rispetto alla normale chiamata di leva: l’Italia era in guerra a fianco della Germania di Hitler e Mussolini aveva bisogno di soldati. Alla visita di leva nel distretto di Sacile mi assegnarono agli alpini. Protestai dicendo che non volevo andare in un reparto di montagna: ritenevo di non riuscire a sopportare le fatiche degli alpini a causa del mio fisico gracile. Mi dissero che ci avrebbero pensato loro ad irrobustirmi. Fui assegnato alla “Julia”, 8° Alpini, battaglione “Gemona”.

    Ci portarono a Plezzo, oggi vicino al confine della Slovenia, dove cominciarono le esercitazioni a fuoco. Fui assegnato alla Compagnia Comando. Il mio incarico fu quello di barbiere, che era una delle mie professioni da civile. In questo modo evitai molte faticose marce e anche l’addestramento con le armi non fu molto impegnativo. A Plezzo non rimanemmo tanto perché arrivò l’ordine di partire per la Sicilia, dove saremmo salpati poi per la Grecia per presidiare i territori appena conquistati: la Campagna di Grecia era appena terminata. In Sicilia arrivai a fine estate, rimanendovi quindici giorni. Partiti per la Grecia, sbarcammo a Corinto per presidiare quella zona. In Grecia in quel periodo non si stava male, si riusciva a mangiare a sufficienza; era sicuramente un’altra vita rispetto a quella dei molti alpini che avevano partecipato all’invasione e avevano patito lutti, disagi e fame.

    Nel frattempo la Germania preparava l’invasione della Russia, e anche l’Italia voleva partecipare ad una conquista che al Duce sembrava facile. Giunse l’ordine di rimpatriare. Il convoglio per il rientro era formato da più imbarcazioni, con navi da trasporto e navi da guerra di scorta. Noi del “Gemona” salimmo sul Galilea, che era una motonave per il trasporto di passeggeri. Eravamo pieni di speranza di tempi migliori e con tanta voglia di tornare a casa.

    Alla partenza stavo nella stiva per paura delle incursioni aeree inglesi, ma quando fummo in mare aperto molti alpini cercarono di salire ed avvicinarsi al ponte, temendo un siluramento: il siluro colpisce la parte inferiore della nave. Il mare era in burrasca e cupi presentimenti occupavano la mia mente. Anch’io cercavo di salire per essere avvantaggiato, anche se non era permesso. Durante la notte mi portai di nascosto nel corridoio superiore, dove c’erano le cabine degli ufficiali. Me ne stavo lì, con altri alpini, disteso, quando un marinaio ci disse che non potevamo restare. Risposi che avevo un cattivo presentimento, che questa notte sarebbe successo qualcosa di brutto. Il marinaio cercò di rassicurarmi dicendo che quella rotta l’aveva fatta molte volte e che non era mai successo nulla. Comunque ci permise di restare. Erano le otto e tre quarti della sera.

    Ad un certo punto udii un’esplosione (il Galilea fu colpita sulla sinistra, subito sotto il ponte di comando). La nave era stata colpita. Mi dissi: “Questo è un siluro e qui è la morte in palio”. Rimasi sempre lucido, ragionando su ogni mossa che facevo. Per esempio, decisi di non buttarmi subito in mare, ma di aspettare l’ultimo momento, per non restare troppo tempo nell’acqua fredda. Cominciarono a calare le scialuppe, c’era una grande confusione: chi gridava, chi piangeva, chi pregava, un caos totale. Non tutti mantennero la lucidità: molti, per timore di un rapido affondamento, si gettarono in mare e annegarono, mentre da bordo, visto che la nave non affondò subito, forse sarebbero riusciti a salire in qualche scialuppa di salvataggio e le vittime sarebbero state sicuramente inferiori di numero.

    Aiutandomi con una corda mi calai in una grande scialuppa. Il mare era molto agitato e il barcone non riusciva a staccarsi dal fianco della nave. Non riuscivamo ad allontanarci, anzi le ondate sbattevano violentemente la nostra imbarcazione di salvataggio contro la chiglia della nave. Lì non si poteva restare perché se la nave fosse affondata avrebbe risucchiato anche la scialuppa, e poi non potevamo sapere quanto avrebbe resistito agli urti. Risalii quindi sul ponte, corsi al centro della nave e assistetti al tentativo di calare un’altra scialuppa carica di uomini, almeno 20 o 25 persone. La scialuppa dondolò pericolosamente, poi si rovesciò e tutti gli occupanti caddero in acqua, alla fine cadde anche la scialuppa stessa, proprio sopra agli alpini che si trovavano in mare.

    La nave si era inclinata e io raggiunsi la parte bassa. Vidi in mare un altro barcone, dove c’erano già molti alpini, e mi calai dentro anch’io. Neanche con questo mezzo riuscimmo ad allontanarci dalla nave, i nostri remi non riuscivano a vincere la forza delle onde. Sentii un leggero rantolio, vidi un alpino in acqua, attaccato alla nostra barca ma senza più la forza di issarsi dentro, lo aiutai a salire. Era un meridionale di cognome Scianchi. Uno sprazzo di luce lunare illuminò il mare. Vidi così una barca vuota distante trenta o quaranta metri dal punto in cui mi trovavo. La barca era più piccola del nostro barcone e più manovrabile. Assieme a me c’era un amico friulano, Giacomo Giordani, credo di Meduno, buon nuotatore, che quando vide la barca si gettò in acqua per raggiungerla, nonostante io gridassi di non andare perché la barca era ancora troppo lontana. Non riuscì a raggiungerla e non lo vidi più.

    Io continuai a tener d’occhio la barca e quando ritenni che fosse abbastanza vicina per le mie forze mi feci coraggio, mi buttai in acqua e la raggiunsi. Fin da giovane andavo a nuotare nei fiumi e perciò anch’io me la cavavo bene in acqua. Mi dissi: “Bruno, datti coraggio che sei salvo”. Ripresi un po’ di forze, poi mi misi ai remi che erano in dotazione, e così potei avvicinarmi al barcone e caricare con me sette o otto persone. Pensavo: “Più siamo, più possiamo farci coraggio e aiutarci per avere maggiori possibilità di salvezza”.

    Ci allontanammo dalla nave remando, anche per scaldarci. La torpediniera Antonio Mosto, di scorta al convoglio, invertì la rotta e venne in soccorso dei naufraghi. Il suo capitano aveva l’ordine di proseguire sulla rotta per l’Italia perché doveva scortare le navi superstiti e perchè tornando indietro anche la sua nave rischiava di essere silurata. L’ufficiale però non si curò degli ordini e neanche del rischio che faceva correre alla sua imbarcazione e così salvò la vita a centinaia di alpini. Ironia della sorte, per questo gesto, in seguito, fu processato. Noi vedemmo la nave e tutti gridammo per farci notare, ma non ci sentirono, solo al secondo passaggio, finalmente, ci issarono a bordo. Il salvataggio avvenne quando era quasi mattina e durò parecchio tempo perché il mare aveva disperso le varie scialuppe e la nave era costretta a girare intorno.

    I marinai che ci soccorrevano issandoci a bordo della torpediniera ci facevano coraggio dicendoci: “Bravi alpini, bravi”. Io mi ritenevo ormai salvo, non mi passava per la testa che avremmo potuto essere silurati un’altra volta. Ci portarono a Prèvesa, dove restammo una quindicina di giorni, poi con il treno attraversammo la Jugoslavia fino a Trieste e finalmente arrivammo a casa con un mese di licenza.

    Finito il permesso raggiunsi il battaglione a Plezzo dove, mentre ero in un bar, un alpino mi riconobbe e, con accento meridionale, mi disse: “Tu sei il mio salvatore!”. Era Scianchi, quello aggrappato alla nostra barca che non riusciva a salire e che io tirai a bordo. Molti dei miei compagni di sventura furono successivamente inviati in Russia. Io, per fortuna, rimasi in Italia. In seguito al naufragio, quando tutto era finito e mi ero salvato, mi colse una specie di esaurimento nervoso per cui di sovente vaneggiavo e parlavo in maniera sconclusionata.

    I miei superiori ritennero che in quelle condizioni non sarei stato in grado di sostenere una Campagna militare impegnativa come quella russa. Se fossi andato in Russia, probabilmente non ce l’avrei fatta a sopravvivere perché soffro molto il freddo. Mi mandarono a prestare servizio sanitario a Monfalcone, dove rimasi fino all’8 settembre 1943, poi scappai e tornai a casa.

    Renato Camilotti
    da La più bela fameja