Quando storia e geografia non la contano giusta

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    O meglio, quando dubbie interpretazioni sedimentate da tempo son dure a morire. Vetta d’Europa il Monte Bianco?Si, ma nel Caucaso, dove curiosamente lo stesso nome (in lingua locale ‘Mindi Tar’) indica la montagna più elevata della catena (5.133 m.): Elbrus per la geografia ufficiale, a causa della forma mammellare della cima, periferico ma indiscutibile culmine del vecchio continente, affacciato a nord sulla Russia europea. Vi era stato incatenato, reo di aver trafugato il fuoco agli dei per donarlo ai mortali, quel benefattore dell’umanità che fu il titano Prometeo, sul quale piombava ore pasti l’aquila di Giove golosa del suo fegato, di assoluta freschezza per quota e singolare prerogativa: consumato di giorno, ricresceva di notte.

    In un ridotto climatico a fondo valle gli studiosi biblici hanno collocato il giardino dell’Eden, dove i nostri progenitori, lanciandosi l’un l’altro una mela prima di addentarla, inventarono il ‘palleggio’ di responsabilità’, destinato a un radioso futuro. Ma era davvero una mela?’Melon’ era un pomo generico: poteva essere una pesca, un’arancia, un’albicocca. Come la ‘mela d’oro’ alla più bella, gettata fra le tre dee finaliste a Miss Universo, che provocò quel po’ pò di putiferio iniziato con un ratto, quello di Elena, e concluso con un cavallo, quello di Troia. Dalla sua posizione, scomoda ma panoramica, il piromane sarà stato spettatore del grande diluvio che sul versante opposto sollevò sull’Ararat l’arca di Noè, stracolma di coppie d’ogni genere coniugate con procedura d’urgenza (mosche e zanzare comprese: era proprio necessario?). E il diluvio, fu davvero universale?

    Erano assai ricorrenti allora le alluvioni del Tigri e dell’Eufrate: nella fattispecie questa ‘tempesta sul golfo’ è documentata nel sottosuolo da uno strato di argilla di quasi tre metri, riportato alla luce non lontano dalla torre di Babele, il sacrilego tentativo di innalzarsi fino a Dio, punito con la confusione delle lingue (fenomeno che, seppure in tono minore, si ripete tuttora fra le plurietniche maestranze dei nostri cantieri edili). Edificio multiuso la ‘ziggurat’ di Babele: tempio, tomba reale e osservatorio celeste: gli assiro babilonesi erano astronomi di vaglia (tra l’altro non avrebbero mai chiamato ‘Orse’, le costellazioni artiche, errore dovuto invece agli antichi greci che, per assonanza verbale, avevano tradotto l’assiro ‘Erreque’, carro, con ‘Arctos’, orsa, trasformando due agili veicoli stellari in pesanti plantigradi.

    ‘Ex Oriente lux’. Sì, la civiltà è venuta dall’Oriente, ma strutture imponenti come i templi babilonesi e le piramidi egizie sono state precedute in Europa da grandi complessi megalitici non a opera di ‘tecnici’ immigrati, ma di ‘barbari’ nativi dell’età della pietra. Un esempio illustre: Stonehenge, nel Sussex inglese, il più celebre monumento preistorico del mondo occidentale, gia abbozzato più di quattromila anni fa, eretto mediante ingegnosi accorgimenti e con l’impiego di trenta milioni di ore lavorative.

    Al ‘crescendo’ diluviale dei fiumi mesopotamici fa suggestivo contrasto sul lontano altopiano dell’Arizona l’ andante moderato del Rio Colorado creatore, in milioni di anni, dell’immensa e articolata voragine del Grand Canyon. I primi a sporgersi sull’ orlo degli abissi furono i pellerossa che, ben prima di Colombo e dei Vichinghi, erano arrivati in America partendo dagli asiatici monti Altai, dove oggi s’incontrano Russia, Cina e Mongolia, avevano attraversato l’attuale stretto di Bering, allora ponte continentale, e dall’Alaska si erano diretti a sud, dove saranno erroneamente chiamati indiani.

    Altri gruppi di razza gialla avevano iniziato un lento, continuo flusso migratorio in direzione opposta: sarebbero diventati finlandesi, ungheresi, turchi. A loro, e non agli scandinavi, che ne saranno invece i diffusori, è dovuta l’invenzione delle ‘scarpe da neve’, corte assicelle di legno calzate come racchette, poi allungate, arcuate in punta e rivestite di pelli, che un bel giorno sfuggiranno sotto i piedi di uno sciatore dagli occhi a mandorla. Sci ‘made in China’, quindi. Nel loro antico alfabeto un ideogramma significa ‘tavoletta per scivolare’.

    C’e da scommettere che, così marchiati, fra breve compariranno a prezzi stracciati sui mercati occidentali. Ai turchi altaici diventati ottomani siamo invece debitori di un involontario suggerimento di carattere alimentare. Abbracciato l’islamismo, nel 1538 assediano Vienna, ma l’intervento europeo li costringe a levar le tende. A festeggiare la liberazione ci pensano i panettieri: imitando la forma a mezzaluna crescente effigiata sulle bandiere nemiche, creano una brioche a cornetto (Kipfel), che oggi tutti ritengono di origine francese (croissant), perchè un secolo dopo sarà copiata dai fornai parigini in onore della viennese Maria Antonietta che va sposa a Luigi XVI: diventerà il dolce nazionale della Francia.

    Dopo i viaggi di Colombo, ai navigatori si aprono gli orizzonti dell’emisfero meridionale: lo spagnolo Francisco de Orellana esplora l’Amazzonia, da lui così chiamata per la presenza di donne guerriere a cavallo, ripetutamente testimoniata dalle sue pattuglie, analoghe alle Amazzoni celebrate da Omero nell’Iliade, che combattevano private della mammella destra (‘a mazos’, senza seno) per meglio tendere l’arco (o non erano forse indios abbondantemente chiomati e adorni di collane e braccialetti?).

    Il grande fiume è alimentato dalle Ande, le quali, pur estendendosi per quasi ottomila chilometri, non costituiscono la catena più lunga del mondo, record detenuto invece dalla dorsale sottomarina, che corre dall’Atlantico al Pacifico per oltre trentamila km, motore della deriva dei continenti di cui è stata grande protagonista la piattaforma africana (nel bollente Sahara riporta ancora le impronte dei ghiacciai che la ricoprivano quando era posizionata sul Polo Sud). Scontrandosi a più riprese con l’Europa, aveva urtato a est contro l’Asia, chiudendo il collegamento con l’Oceano Indiano, ora riaperto con quel filino d’acqua che è il canale di Suez.

    Ma il ‘Mare Rosso’, attraversato dagli ebrei di Mosè in esodo dall’Egitto, è la sbrigativa ed errata traduzione dell’ebraico ‘Yum Suph , mare di canne, zona paludosa salmastra a oriente del Nilo dove, passati i fuggiaschi, sarebbero rimasti impantanati carri e cavalli delle avanguardie egiziane (impressionante la sequenza, anche se antistorica, dell’onda di ritorno nel film ‘I Dieci Comandamenti’, ottenuta manipolando successive riprese delle cascate del Niagara).

    Cavalloni mugghianti contro un Faraone all’apice della potenza: un aspide silenzioso per l’ultima ‘Faraona’. Ma non è da confondere con la nostra vipera aspide il cobra d’Egitto che punge al seno Cleopatra: suggestiva storiella che il passare dei secoli non ha scalfito. La fine della regina, quale che sia, coincide con una svolta nella storia di Roma: Augusto diventa imperatore e ordina il censimento dei suoi sudditi. In una stalla di Betlemme l’ultimo arrivato emette i primi vagiti, non contrappuntati dai muggiti del bue e dai ragli dell’asinello, personaggi escogitati per i futuri presepi.

    Prende avvio l’attuale era storica intitolata a Cristo: l’anno di nascita del Messia, stabilito cinque secoli dopo da un oscuro monaco, Dionigi il Piccolo, paradossalmente oscilla fra il 7 e il 4… avanti Cristo. A morire sul Calvario non fu pertanto un Gesù trentatreenne, ma quasi sulla quarantina, età più concordante col volto della Sindone. Salì al Golgota appesantito dal solo asse trasversale della croce, il ‘patibulum’, che sarà fissato a T su quello verticale, già eretto sul colle. All’uomo crocifisso un soldato romano porse una spugna imbevuta di posca, mistura dissetante di acqua e aceto, non a irrisione, come si crede, ma come atto di pietà verso un morente.

    Quel pomeriggio tremò la terra fino al lontano Olimpo, sempre più periferico e isolato: la sua leggenda si dissiperà soltanto nel 1913, quando la vetta (2.917 m.) sarà raggiunta da due comuni mortali. I fulmini di Giove si erano spuntati da tempo, l’aquila di Prometeo era morta di vecchiaia (o d’indigestione) e le Amazzoni, a busto coperto, avevano deposto l’arco e impugnato il frustino. Stanno per rimbombare le cannonate della Grande Guerra e sul Monte Nero un altro sublime sacrificio attende gli alpini di Arbarello e di Picco.

    Ma quando ‘spunta l’alba del 16 giugno’ l’azione è già conclusa. In piena notte illune e nel massimo silenzio, dopo il superamento di un ripido e nudo pendio che di giorno avrebbe provocato una carneficina, gli esploratori dell’Exilles giungono in vetta alle 4.45, sorprendendo gli austriaci esterrefatti. Oggi quell’azione da manuale sarebbe ricordata come la conquista del Monte Corno, se non fosse stata preceduta da una errata trascrizione dello slavo ‘Krn’ (corno) con ‘Crn’ (nero).

    Nel suo reportage di guerra ‘Isonzofront’ fu commentata così dall’austriaca Alice Schaiek: ‘Quando si parla di questo splendido attacco, che viene annoverato come un successo nemico, bisogna aggiungere: Hut vor den Alpini’. Giù il cappello davanti agli alpini.

    Umberto Pelazza