Nevi storiche del tempo che fu

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    Tra Moncenisio e Monginevro. Alpini sciatori d’inizio secolo: dai pattini da neve ai primi alpini sciatori. In attesa delle Olimpiadi di Torino 2006

    DI UMBERTO PELAZZA

    Colle del Sestriere, maggio 1944. I partigiani alpini che stanno scavando appostamenti nei pressi del lago Losetta vedono affiorare dal terreno una zanna d'elefante e alcuni anelli di rame e ottone. Racchiudono tutto in una cassa che seppelliscono nel vicino cimitero di Champlan du Col: la trovano i tedeschi che cercano armi nascoste e se ne perde ogni traccia. Nel reticolo di valli e vallette fra i due colli storici, percorse oggi da piste e impianti delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006, nessuna nevicata si è mai sciolta in tanto inchiostro come quella che, a fine ottobre del 218 a.C., aveva creato sorpresa e sgomento tra gli africani e gli elefanti di Annibale calanti dal colle del Clapier (zona Moncenisio) o dal Mayt (zona Monginevro).

    Obiettivo: il territorio dei Taurini ‘popoli delle alture’, che avevano il loro Olimpo sul Rocciamelone (il suo profilo piramidale potrebbe a buon diritto sostituire il torello scalpitante dei vessilli granata). Considerato fino al XVIII secolo la più alta cima delle Alpi (m. 3.538), fu scalato la prima volta nel 1.358, a seguito di un voto formulato durante la prigionia in terra ottomana da Bonifacio Rotario d'Asti, che in una nicchia rocciosa depose un trittico in bronzo dorato della Vergine col Bambino. Si dà il caso che a Roma, esattamente mille anni prima, un'eccezionale nevicata, documentata da un bassorilievo in Santa Maria Maggiore, avesse imbiancato l'Esquilino, dando vita al culto, poi trasmigrato a nord, della Madonna della Neve.

    Una sua statua in bronzo, alta tre metri e pesante oltre sei quintali, sostituì nel 1899 il vecchio trittico: sezionata in otto parti, raggiunse la vetta, superando tremila metri di dislivello sulle spalle di sessanta alpini del battaglione ‘Susa’. Di lassù si indovina a ovest il colle del Moncenisio, dal quale avevano fatto capolino in Piemonte i Savoia d'oltralpe. Tra i primi a calpestare le sue nevi la giovane Berta, moglie di Enrico IV, l'imperatore scomunicato che si recava a Canossa dal Papa. Lungo la discesa lei e le sue dame erano state imballate in pelli di bue, solitamente usate come tende, e fatte scivolare a valle (erano i tempi in cui Berta… filava!). In seguito saranno adottate le ‘ramasse’, seggioline inchiodate su due lunghe liste di legno a punta rialzata pilotate dai ‘marroniers’, guide locali, che non perdevano occasione di lanciarsi in spericolate esibizioni tra gli squittii delle blasonate passeggere, le più esuberanti delle quali volevano poi riprovarci. Forse dovremo anticipare la data di nascita degli sport invernali in Italia.

    Nella primavera del 1805 il Moncenisio riserva invece una spiacevole sorpresa a un Napoleone fresco di titolo imperiale, diretto a Milano per farsi incoronare re d'Italia. Sorpreso da una fitta nevicata, smonta da cavallo e sale in vettura, che poco dopo slitta e sprofonda: si trasferisce in portantina, ma questa non tarda a rovesciarsi, costringendo l'aspirante monarca a stampare il suo calco già tondetto sulla soffice coltre. Mentre nella casa più vicina lo frizionano con acquavite, esclama avvilito: ‘Mon Dieu, se lo sapessero a Parigi!’.

    Sorte meno avversa gli era toccata cinque anni prima sulla modesta spanna di neve del Gran San Bernardo: risaliti come lui dalla Svizzera a dorso di mulo, vi approderanno a secolo avanzato: quegli strani attrezzi fabbricati in Norvegia e destinati alla squadra soccorso dei monaci dell'Ospizio, gli sci. Ne seguiranno altri nel 1896, su iniziativa dell'ingegnere elvetico Adolfo Kind, residente a Torino e iscritto al CAI, del quale era socio attivo anche il tenente del 1º da Montagna Luciano Roiti, pisano, che sarà la prima penna nera a calzare i ‘pattini da neve’: attacchi a giunco, punte arcuate come prore vikinghe, un bastone di due metri con puntale di ferro e disco di legno per la spinta, la svolta e il frenaggio.

    Presentati in un salotto privato, un tentativo di ‘voltata’ per poco non riuscì fatale a una preziosa specchiera. Il Roiti, convintosi della loro superiorità sulle racchette dopo varie uscite in Val di Susa e in Val Chisone (mentre sul Moncenisio ci aveva provato il capitano dei bersaglieri Ernesto de Rossi), pubblicava sul periodico ‘Esercito Italiano’ l'articolo ‘Delle marce sulla neve’, la nostra prima istruzione sull'uso degli sci. Col motto ‘Perchè gli svedesi sì e noi no?’ entra in lizza con i suoi baffoni da tricheco anche il colonnello torinese Ettore Troya, comandante del 3º Alpini: da un modello acquistato a sue spese in Svizzera, il capo armaiolo gli sforna qualche decina di esemplari. E mentre gli alpini di fine secolo subivano il battesimo del fuoco tra le ambe africane, sulle colline torinesi celebravano il battesimo della neve: ruzzoloni giganti, ilarità dei curiosi, smoccolate contro quelle assi che andavano dove volevano, sconcerto e brontolii fra gli ufficiali anziani ai bordi del pendio e stroncatura senza appello del vecchio generale: ‘Colonnello, mi faccia un piacere: bruci quei maledetti pezzi di legno. Cribbio, non facciamoci ridere dietro!’.

    Ci volle tutta l'ostinazione di pochi entusiasti, militari e civili, per non lasciare morire l'iniziativa. La svolta si verifica quando compare al 3º Alpini il maggiore tortonese Oreste Zavattari: dalla Scandinavia giungono attrezzi migliori, manuali di istruzione e un paio di valenti maestri. La ripresa è lenta: la stessa dottrina norvegese riconosce, ad esempio, che ‘i movimenti di arresto telemark e christiania sono talmente difficili che non possono essere insegnati a soldati con soli tre anni di ferma’. Regolari corsi sciatori prendono comunque avvio nei primo inverno del nuovo secolo, sulle stesse nevi dei pionieri di Kind: Cesana, Claviere, Bardonecchia e altre località oggi collegate sciisticamente dalla ‘Via Lattea’.

    Preziosa si rivela la collaborazione dello Ski Club Torino, fondato, primo in Italia, nel 1901. L'anno successivo, mentre l'ostico ‘ski’ si è addolcito nel nostrano ‘sci’, il ministro della guerra decide l'adozione dei pattini da neve per i reggimenti alpini. Nel 1907 le penne nere si presentano sulla scena europea partecipando ai 1º Concorso Internazionale di Sci, organizzato dai francesi al Monginevro, dove vengono giudicati ‘tra i meglio addestrati’. Messi a confronto in varie occasioni con gli Chasseurs des Alpes, ottengono lusinghiere affermazioni. Ma la prova più ardua li attende sulle nevi della prima guerra mondiale. Vent'anni dopo il folkloristico esordio torinese, gli eredi degli imbranati pattinatori collinari diventano sul campo i ‘Guerrieri bianchi dell' Adamello’.

    Ai militari congedati va il merito di aver diffuso in Italia gli sport della neve, oggi celebrati a livello olimpico negli stessi luoghi dove un secolo fa erano stati tenuti a battesimo sci sportivo e sci militare. Di Olimpiadi si era cominciato a parlare nell'intervallo fra le due guerre: risultati probanti si erano ottenuti a Chamonix (1924), a Saint Moritz (1928) e a Lake Placid (1932). Nel 1933 gli istruttori della costituenda Scuola Militare di Alpinismo sono convocati al Sestriere per uno speciale corso di perfezionamento diretto dallo svedese Hans Nöbl. Tre anni dopo la pattuglia militare della Scuola esplode alle Olimpiadi di Garmisch, regalando all'Italia la prima Medaglia d'Oro Olimpica Invernale.

    Oggi alle discipline classiche si sono affiancate altre specialità, un tempo estranee alla preparazione dell'atleta militare, mentre si è dimostrato altamente positivo l'apporto della pattuglia rosa. Su tutti loro, interpreti del modo più avvincente e spettacolare di guardare alla montagna, si appuntano i nostri sguardi, nel ricordo dei pionieri che, sulle nevi d'antan tra Moncenisio e Monginevro, han dato vita in Italia, e ci si perdoni la presunzione, allo sport più bello del mondo.