Mangiar… si deve

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    “Che mestiere facevi da borghese?”. “Fabbricante di fisarmoniche e di manichi di scope”. “Bene da oggi passerai cuoco alla mensa ufficiali!”. Con questi criteri, il più sovente, si fabbricavano i cuochi delle mense di guerra. Questo accadeva, naturalmente, quando il cuoco autentico, il professionista degli intingoli e della casseruola, se l’erano portato via i Comandanti superiori con un laconico fonogramma che faceva mugugnare per dodici ore consecutive il direttore di mensa. Eppure questi cuochi “comandati”, creati tali sul campo, balzati dal nulla alla più importante fra le cariche gastronomiche del reparto, come per miracoloso incantesimo, erano portentosi. 

     

    Ma erano portentosi anche il nostro appetito, il nostro stomaco e i nostri intestini. Minestre languide come vergini romantiche, arrosti calcinati come i ceppi nel focolare, intrugli misteriosi analizzando i quali un chimico si sarebbe sparato dalla disperazione; dolci misteriosi e malfidi come savarin tremanti, verdure camouflèes che si mantenevano in un impenetrabile incognito dinnanzi alle angosciose indagini della nostra vista e del nostro palato, erano i risultati del periodo di prova.

    Superato rapidamente questo, un po’ per le girate e i sagrati delle vittime, perché nel cuoco si risvegliassero al calore del fornello ataviche virtù culinarie, o perché realmente gli alpini, purché ci provino, riescono a fare di tutto, il cuoco diventava in gamba. E un cuoco in gamba entrava a far parte della gloria del reparto. Ve li ricordate i nostri pasti del fronte? In nessuna mensa si mangiava meglio che nelle mense alpine.

    Quando luridi sì, ma ben pasciuti, mettevamo le gambe sotto al tavolo di una ben protetta mensa di Comando, era generalmente con nostalgia che ripensavamo alla nostra piccola mensa lassù, tanto più robustamente fornita e appetitosa. Il merito del miracolo, fatta la dovuta parte ai Direttori di mensa, spettava ai “coghi”. Tipi indimenticabili, macchiette immortali, mescolanza indefinibile di “cordons-bleus” e di avvelenatori, martiri dell’appetito implacabile di tre, di quattro, di dieci stomachi capaci di digerire i chiodi da scarpe, eppure esigenti di ghiottonerie e di finezze.

    E i miracoli dei giorni d’azione? La pasta asciutta fumante in coperchio di gavetta un’ora dopo l’attacco? I misteriosi rifornimenti della mensa che arrivavano quasi puntuali, ora più ora meno, in tutte le più assurde, le più drammatiche, le più impensate situazioni! Che importava se ne risotto tipo colla per manifesti si trovava a volte una chiavetta da scatola di sardine, o se nella salsa dell’umido galleggiavano i chicchi di caffè? Il cuoco, per quanto taumaturgo, poteva fallire finché… la pazienza dei commensali reggeva!

    Tratto da L’Alpino, giugno 1920

    A MILANO CONVEGNO SULL’ALIMENTAZIONE IN GUERRA

    Il comitato per il centenario del Gruppo alpini di Milano Centro “G. Bedeschi”, in collaborazione con il Comando Militare Esercito Lombardia e le Civiche raccolte storiche di Milano, ha organizzato un convegno sull’alimentazione dei combattenti nella Grande Guerra, esaminando questo tema sotto vari aspetti, oggi più che mai d’attualità anche per l’Expo.

    Nella sala, a corollario del convegno, è stata allestita una interessante mostra di disegni e illustrazioni d’epoca tratti dai principali giornali di trincea che illustravano il cibo come strumento di propaganda contro l’avversario, raffigurato sempre affamato e dimesso di fronte al benessere delle truppe italiane. Ha aperto il simposio lo scrittore Alessandro Marzo Magno (autore, fra gli altri, del noto libro “Il Piave”, storia di un fiume e delle sue caratteristiche agro-alimentari), si è soffermato su alcune curiosità culinarie al tempo di guerra. Abbiamo così scoperto che il gesto odierno, semplice e ormai consueto di bere il caffè a colazione, deriva dall’abitudine nata nelle trincee.

    La bevanda calda, riservata fino alla fine del Novecento a un’elite di persone benestanti, divenne abitudine popolare e, finita la guerra, comune… per non dire necessaria! Un cibo che invece non ebbe particolare successo e fu quindi bocciato in trincea, fu il risotto: non piacque soprattutto ai soldati meridionali! Riguardo all’aspetto illustrativo, pittori come Salietti, Cantinotti e Sartorio, ritrassero con tratti grafici quei momenti. In sala Alice Colombo e Francesca Del Maestro, storiche dell’arte, hanno illustrato nel dettaglio queste opere, oggi conservate all’Archivio della Guerra – Civiche Raccolte Storiche del comune di Milano, archivio che nasconde immense ricchezze iconografiche e documentali anche relative alla Grande Guerra.

    È stato quindi affrontato il problema della temperatura del cibo. Come era possibile avere un rancio caldo anche in trincea? La soluzione fu trovata attraverso un semplice rotolino di carta da giornale paraffinato noto come scalda- rancio. Grazie alla caparbia volontà di Comitati d’assistenza guidati dalle donne di tutta Italia e connazionali residenti all’estero, venne creata una vera e propria industria di produzione e di marketing che produsse oltre 600 milioni di pezzi.

    L’intervento dello scrittore Sergio Tazzer ha affrontato il problema dell’acqua e del suo approvvigionamento: attraverso un viaggio di immagini dell’epoca ha ripercorso le difficoltà e le soluzioni tecniche adottate dai vari combattenti per far fronte a questa importante necessità, sottolineando il valore dell’acqua più che del cibo in particolari settori del fronte, come per esempio sul Carso o in zone di montagna dove il Genio ebbe l’ordine di costruire d’urgenza chilometri e chilometri di acquedotti.

    Il prof. Gianluca Pastori dell’Università Cattolica ha intrattenuto i convenuti sulla politica annonaria italiana negli anni di guerra, facendoci riscoprire la lungimirante figura di Silvio Crespi, ministro degli approvvigionamenti e dei consumi dell’epoca. Si è compreso così quanto la politica italiana non fu all’altezza della situazione e come, invece, l’imprenditore Crespi (il cui nome è legato al “Villaggio industriale di Crespi d’Adda”, oggi patrimonio dell’Umanità), salvò la nazione dalla fame.

    Infine i rappresentanti del Corpo di Commissariato del Reggimento di Supporto Nrdc, hanno mostrato l’evoluzione delle tanto note razioni k, oggi ancora in uso dalle Forze Armate. Ha stupito come queste si siano evolute nelle calorie, nella qualità e nella diversità dei prodotti, contribuendo a creare una alimentazione ben bilanciata e sana anche in teatri di operazione difficili. I vari interventi sono stati coordinati dal prof. Gastone Breccia dell’Università di Pavia che ha magistralmente riassunto il convegno con dotte osservazioni.

    Andrea Bianchi