Le radici della musica

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    Non è una musica che ti scivola addosso. Le canzoni di Massimo Bubola sono vere e proprie poesie sonore che toccano le corde della mente e del cuore. Canta la società e la fotografa sulla pellicola della musica in tutta la sua durezza, esaltandone quasi malinconicamente le bellezze e le contraddizioni. È attratto dagli opposti, luci e ombre dell’animo, esplorati partendo dall’individuo percepito nella dimensione più umana, privata, legata alla terra e alle origini. E proprio dalla terra e dalle origini nasce l’idea di Quel lungo treno, l’album folk-rock edito nel 2005, dedicato alla prima guerra mondiale a cui oggi si aggiunge un secondo disco in uscita il 23 aprile, intitolato Il testamento del capitano, che conterrà cinque inediti e altre sette canzoni riarrangiate, con due brani cantati dal Coro ANA di Milano diretto dal maestro Massimo Marchesotti.

     

    “Sono nato in un paese della bassa veronese – racconta Bubola – e da piccolo, alle feste agresti, ci si ritrovava nell’aia, in allegria. Poi c’era un momento di sacralità, quasi religioso, e attorno al falò si cantavano le canzoni della guerra. Quando mio nonno che era una figura importante, un patriarca, intonava Monte Canino, non riusciva mai a terminare la canzone; andava nella stalla per non farsi veder piangere dal resto della famiglia, perché non voleva mostrare quella che considerava una debolezza. Io ero piccolo, ma il cuore capisce prima della mente e percepivo l’importanza di queste canzoni, talmente evocative che riuscivano a smuovere un uomo tutto d’un pezzo come nonno Silvio”. I ricordi che affioravano erano quelli dei combattimenti sul Piave, situazioni inenarrabili che lasciarono un segno indelebile nell’animo di chi li visse.

    Erano le canzoni delle generazioni in guerra come quella dello zio del cantautore, Antonio, che da alpino combatté e morì sul Grappa: “Ritorno spesso al sacrario dove è sepolto – dice Bubola – l’ho sempre trovato coperto da nubi e nebbia che lo rendono ancor più un luogo mesto, dove ti si stringe il cuore”. I sacrari, i luoghi della memoria e della nostra storia fanno parte di una cultura della montagna che è abbastanza esulata dalla cultura nazionale: “Siamo un Paese che profuma di basilico e pummarola – ad esempio la filmografia ha una cultura mediterranea – e invece c’è una cultura alpina e di pianura che viene spesso tralasciata”. E quella che si ritrova nelle canzoni è una letteratura che va sviluppata perché dà un messaggio importante che le nuove generazioni hanno disimparato ad ascoltare, valori come il sacrificio, le rinunce. “I miei nonni hanno rinunciato a tutto per tirar su i figli, i nostri genitori hanno rinunciato a molto per farci crescere, mentre noi rinunciamo a poco. Quel sacrificio dei nostri avi era il sacrificio per la terra e per la famiglia. E quando è accaduto di dover sacrificarsi per la Patria e soprattutto per i connazionali, le famiglie di questo territorio non si sono tirate indietro”. Ricordiamo che la zona del veronese era al confine austriaco e dopo la disfatta di Caporetto accolse migliaia di profughi, donne e bambini in fuga dalla guerra.

    “Tra le canzoni della Grande Guerra delle aree lombardo-venete e piemontesi non ne troviamo nessuna che sia ideologica o politica, ad eccezione forse di O Gorizia tu sei maledetta e di Maledetta la guerra ed i ministri. I temi che affrontano sono legati alla nostalgia della morosa o della mamma, sempre molto presente. Si parla di terra, fame, freddo, paura. E non sono nemmeno traboccanti di concetti pacifisti o antibellici. Hanno più una visione accorata, sentimentale”. E il nuovo Cd a cui Bubola sta lavorando da più di un anno segue questa direzione rivisitandola con grande perizia. Tra i titoli del nuovo lavoro ci sono delle belle cante alpine come Sul Ponte di Perati, La tradotta, Il testamento del capitano, Sui monti Scarpazi cantata da Lucia Miller, Rosso su Verde e Noi veniam dalle Pianure con le musiche arrangiate dal maestro Andreoni e cantate dal coro ANA Milano. Poi c’è Neve su neve. Parla di un soldato morto che ha dedicato una canzone alla morosa, temi presenti nei classici come Stelutis alpinis.

    Rivisitando questi grandi classici la parte più complessa è quella di trovare il tempo esecutivo in modo da far entrare la canzone nella sua natura e affinché la musica agevoli il senso delle parole. “La cosa importante è che i testi risaltino. Quando arrangi un disco la cosa che non devi mai perdere di vista è la voce, il testo e la gamma vocale di chi canta. Gli arrangiamenti servono a dare più peso al testo e questi, a volte – e qui farò forse scoppiare una polemica – nel mondo corale sono persi un po’ di vista ed emergono abbellimenti e armonizzazioni sempre più arditi e virtuosistici”. Bubola da sempre ha cantato musica popolare e ha fatto un percorso parallelo a quello di molti colleghi d’oltreoceano: “I grandi scrittori di canzoni al mondo sono legati alla musica folk. Io ho voluto interpretare un repertorio che è stato un mio imprinting nella musica. Le prime canzoni che ho imparato a cantare sono quelle popolari che ho imparato con i miei nonni, con mio padre. Parte tutto da lì”.

    Tra le tante iniziative Bubola ha in programma anche di portare la musica in alta montagna, seguendo alcune tappe di “Ta pum”, la spedizione ideata dal Walter Pilo che da agosto di quest’anno ripercorrerà oltre 1.700 chilometri, attraverso quattro regioni, visitando i luoghi più significativi della prima guerra mondiale. “Spesso abbiamo la mania di avere cose fuori contesto. Si suona jazz ovunque, anche in alta montagna, ma non musica folk, che sarebbe più adatta al luogo, alla nostra cultura e alle nostre radici. Questo progetto è ancora solo un’idea, ma si potrebbe unire musica e cori alpini… sarebbe unico!”.

    Ora è concentrato sul lavoro per il nuovo album. Quel lungo treno, il primo Cd, ha la copertina rossa; Il testamento del capitano ha la copertina bianca e chissà… “l’idea è di farne un terzo con la copertina verde”. Sarebbe un bellissimo tricolore musicale in chiave moderna che affonda le radici nella nostra memoria storica. Sono gli stessi colori della targa finemente dipinta, appesa alla porta della casa dove Bubola abita, sulle colline veronesi. “Qui vive un musico” c’è scritto. Attorno qualche albero da frutto, ulivi, le galline che razzolano, il profumo della terra e una chitarra. Musica di oggi che affonda le radici nel nostro passato.

    Matteo Martin

    IL TESTAMENTO DEL CAPITANO
    Il Cd contiene 12 canzoni, 54 minuti, euro 18,90 – Eccher Music, www.massimobubola.it
    Hanno lavorato al disco: Massimo Bubola (voce, armonica a bocca, chitarre acustiche, chitarre elettriche, dobro), Lucia Miller (voce), Enrico Mantovani (chitarre acustiche, chitarre elettriche, pedal steel, banjo, dobro), Thomas Sinigaglia (fisarmoniche), Emanuele Zanfretta (thin wistle), Piero Trevisan (basso elettrico, basso acustico), Alberto De Grandis (batteria), Coro ANA Milano.

    MASSIMO BUBOLA è nato a Terrazzo (Verona) nel 1954. Considerato il fondatore del folk-rock in Italia, ha finora pubblicato venti album e scritto oltre trecento brani. E anche coautore di alcune delle più amate canzoni di Fabrizio De André: da Rimini a Fiume Sand Creek, da Sally a Hotel Supramonte, da Andrea a Volta la carta. Suo anche l’hit Il cielo d’Irlanda portato al successo da Fiorella Mannoia. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, intitolato Rapsodia delle terre basse.