Lì ci sono gli alpini

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    È qui che si comincia. Mario ha uno zaino stracolmo e il cappello sempre ben calcato sulla testa. Lo toglie solo per asciugarsi la fronte. Nel tondino sotto l’aquila, il numero 8 e la nappina blu che rimanda alla terra d’Abruzzo, al battaglione L’Aquila. Sotto alla tesa gli occhi azzurro cielo si aprono in uno sguardo fiero. «Io sto in coda» dice a Velon, punto di partenza della prima tappa. Ed è lì che starà sempre, per tutti e quattro i giorni. 

     

    È un tipo originale, uno che in montagna è sempre andato solo. Dal Bianco, alla Presanella, passando per il monte sopra a Polcenigo dove abita. Tanti ricordi che la sera al rifugio condivide con gli altri alpini della colonna 1, versante trentino. È mercoledì e l’itinerario prevede di arrivare fino al rifugio Denza, ai piedi della morena che punta dritto verso il ghiacciaio della Presanella. Un altro pianeta, dopo solo tre ore di cammino. Un luogo più intimo, difeso dal profilo severo delle montagne. Un orizzonte ben definito, non più sconfinato, come a quota zero.

    Il rifugio è gestito da Mirco, alpino e guida alpina. Alto, il fisico asciutto. I capelli biondi disubbidienti gli somigliano. Cultore del tedesco trentino e dei dialetti figli di quella babele di lingue che è la terra al confine con l’Austria. La sera, dopo la cena suona la sua fisarmonica. Suona vestito con il costume tradizionale. Canta e incanta. È un figlio della montagna che per qualche mese vive lassù con la moglie Erika, dolce e silenziosa.

    Mentre Alfonso, trentino della Valle del Primiero festeggia il suo “non compleanno” offrendo da bere agli amici di cordata, arriva la guida che accompagnerà i cinque alpini per i prossimi tre giorni. Si chiama Mauro, è alpino anche lui. L’abbronzatura permanente effettiva delle terre alte, gli occhi chiari e il fare spiccio, ma cordiale. «Domani colazione alle cinque e mezza e partenza alle sei. Vi va bene?». La domanda suona retorica e tutti fanno sì.

    «In montagna si parte presto e si torna presto» sentenzia. Il tempo per qualche chiacchiera e per un ultimo bicchiere offerto da Mirco, grappe declinate all’infinito, dal mugo alla genziana preparate da Erika durante l’inverno. Il cielo è ormai un intreccio di stelle, quando nel rifugio si spegne l’ultima luce. Come deciso alle sei si parte. Mario, Alfonso, Gianmario, Gigi e Giovanni sono pronti. Mauro davanti segna il passo, corto, cadenzato e costante.

    La fatica del primo ripido tratto si fa sentire eppure l’aria asciuga il sudore procurato dai vizi della vita moderna. Al Passo Cercen l’azzurro si riflette sulla neve. Le orme dei cinque sono una traccia sulla coltre bianca mentre lo sguardo si apre sulla Val di Genova, sul Pian di Neve e l’Adamello. È l’una e il cielo sparisce inghiottito dalle nuvole che salgono dal basso. Altre due ore di cammino e finalmente ecco il rifugio Mandrone, seconda tappa di questo viaggio. Poco prima però c’è un piccolo cimitero di guerra che merita una visita. Si prega in silenzio.

    Una decina di lapidi in granito per lo più anonime. Su una si legge, Carrara Giuseppe, sull’altra Fenaroli Pietro. Morti per la Patria, entrambi alpini dell’Edolo. Il Carlo, alpino, guida alpina e maestro di sci, attende i viandanti sulla porta della cucina. Lui e la moglie Flavia hanno gestito per anni il rifugio Mandrone. Oggi tocca al figlio. Sono le tre del pomeriggio e si sta bene, seduti attorno al tavolo. Il tempo scorre lento fino alla cena. Ci si ritira presto per l’ultima notte in rifugio. In camera, poco prima di chiudersi nel saccoletto, qualcuno confessa a voce alta «Una bella faticata oggi…». Mario replica: «Abbiamo ricevuto più che dato. Come sempre in montagna».

    Fuori il ghiacciaio dorme nel rumore delle acque sommerse, mentre le genziane di Koch si chiudono nel buio della sera. È l’alba e si parte di nuovo, in salita per sfasciumi di roccia fino al Passo di Lagoscuro, poi lungo il Sentiero dei Fiori. Lo scenario è incredibile: uno spazio sconfinato dove aleggia la memoria. La terra restituisce i reperti della guerra, matasse di filo spinato colorano di ruggine il granito di quell’immensa montagna. Dalla neve vecchia spuntano pezzi di metallo e chiodi battuti a mano. Trincee e muri a secco ancora perfetti. Poco dopo l’una si giunge al Passo Paradiso e giù fino al Tonale.

    La notte alla caserma Tonolini è breve: alle quattro la sveglia; partenza alle cinque dall’Ospizio di San Bartolomeo. A tratti, portato dal vento, il vociare delle altre colonne che salgono per la cerimonia. Tanti i pellegrini che in fila hanno camminato sui ghiacci o lungo i crinali d’erba e di roccia per raggiungere la Val Castel. Mauro guida i suoi lungo il sentiero degli austriaci, una bella via attrezzata con corde fisse nei tratti più esposti. Durante il cammino altri due alpini si aggiungono. In vetta al Torrione d’Albiolo, proprio nel luogo in cui cadde il giovane tenente Paribelli, Lorenzo artigliere del Tasi e tira, recita a memoria la Preghiera dell’Alpino.

    Il tempo corre e bisogna scendere. Prima sul sentiero, poi per un ripido ghiaione fino a raggiungere un pianoro d’erba e unirsi agli altri pellegrini. C’è il Presidente Favero, il vicario Cailotto, i vice Curasì e Sonzogni e tanti Consiglieri nazionali a scortare il Labaro. C’è il comandante delle Truppe Alpine Federico Bonato, ci sono i Presidenti di Trento e Vallecamonica, Pinamonti e Sala.

    I discorsi delle autorità precedono la Messa. Le parole si intrecciano nel ricordo dei Caduti, si avverte in ognuno degli interventi la riconoscenza per quei giovani soldati che combatterono sulle cime dell’arco alpino e l’amara consapevolezza che la storia torni a ripetersi se incapace di lasciare un insegnamento. Su quel balcone naturale dell’alta Val di Strino, sono in tanti. Il pellegrinaggio in Adamello è tutto lì.

    Il giorno successivo a Vermiglio, una pioggia torrenziale complicherà le cose. Forse perché tutto quello che c’era da dire, tutto quello che c’era da fare era stato detto e fatto nei giorni precedenti, nel lento procedere e giungere dei pellegrini. Ora l’ultimo cartellino con il numero 53 scivola sopra agli altri, insieme alle sensazioni e ai ricordi di chi ha camminato nel silenzio della montagna. Migliaia di orme si sono incrociate, sovrapposte, unite. Nessuna manca.

    È proprio lì che ha dimora l’identità degli alpini, tra bellezza e malinconia perché quell’infinito spazio di campanili rocciosi e circhi glaciali dove abitano le anime dei morti, ci sarà ancora quando noi non ci saremo più.

    Mariolina Cattaneo

    lalpino@ana.it

    PER IL TENENTE PIER GIACINTO PARIBELLI

    Era nato a Chiavenna (Sondrio) il 29 novembre 1880. Arruolato nella 245ª del Val d’Intelvi, battaglione la cui storia dimora dentro le montagne che corrono lungo il confine tra Lombardia e Trentino Alto Adige. Fu il primo ufficiale caduto del battaglione Val d’Intelvi; gli venne conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria perché «entrato per primo, alla testa del suo plotone, in una ridotta nemica, ne metteva in fuga i difensori. Nella successiva avanzata, benché fatto segno a colpi d’arma da fuoco, si spingeva animosamente fra le rocce per stabilire la nuova posizione nemica, rimanendo colpito a morte. Regione Albiolo (Trentino), 25 agosto 1915».