L’Aquila, una scommessa vinta

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    Due chilometri e otto, tanto era lungo il serpentone di penne nere che scendevano dall’alto di L’Aquila, passando tra l’abbraccio mai interrotto di una folla festante. Una discesa cadenzata, ma senza più fatiche, come un ritorno a casa, dopo aver lasciato altrove pensieri e sofferenze. Quasi una metafora, per una città che ha impastato dolore e lacrime e che ora vedeva finita la sua “guerra”, pronta a rimettere in moto la macchina del domani, con nuove certezze e animo alleggerito.

    «Poco tempo e la nostra città tornerà ad essere quella di prima», ha detto il sindaco chiudendo i giorni della manifestazione. Una scommessa. Ma L’Aquila, con l’Adunata, è diventata una scommessa vinta. Vinta dagli alpini abruzzesi, capitanati da un indomito Giovanni Natale, che hanno consegnato all’Italia l’immagine di una terra che sa impastare insieme cuore e sudore. Vinta dall’Ana tutta, che ha creduto nella riuscita di questa Adunata, quando mille ostacoli di percorso lasciavano intravedere la fatica di un’avventura dalle molte, troppe incognite.

    Una tenacia e una determinazione, che si potevano leggere sulle mani del nostro Presidente, abbrustolite al sole dopo undici ore a guardare gli alpini sfilargli davanti. Il risultato adesso è sotto gli occhi di tutti. Chi temeva un’affluenza ridotta, tarpata dalla soggezione per i tanti chilometri da percorrere per arrivare, dalle ridotte possibilità logistiche dovute ai danni del terremoto, da possibili disagi dentro una città di dimensioni ridotte, ha avuto il benservito. L’Aquila e gli alpini, come diretti da un unico e abile maestro, hanno risposto con un canto corale, come meglio non si poteva.

    Istituzione e carisma mescolati insieme nelle giuste misure, potremmo dire. Perché se è vero che la cultura del Nord tende ad esaltare la prima, puntando sempre all’organizzazione perfetta, è dalla gente del Sud che ci viene quel guizzo di creatività e di fantasia, senza il quale tutto diventa formale e prevedibile. L’indole di persone per le quali il limite non può tradursi in rinuncia o rifiuto, perché a tutto c’è comunque rimedio, traducendo queste attitudini nel senso squisito di un’ospitalità, che è andato perduto in altre parti d’Italia. L’Adunata nazionale rimane comunque una lezione di civiltà e di solidarietà, che varca i confini di una città e di una Regione per arrivare al cuore della Nazione.

    C’è un episodio significativo che racconta questa capacità di far opinione nel cuore della gente. In prossimità della tribuna d’onore sta il palchetto con gli speaker. A loro il compito di raccontare chi sfila sotto e dire qualcosa sulla loro storia. Ma stare lì, in quello spazio, popolato di persone, di rumori, di suoni di fanfare, di passi cadenzati, di voci… è come essere immersi in un rumore cosmico dove tutti i sensi sono chiamati a raccolta perché stimolati dalla scena. Ed è in quel rumore cosmico che diventa più difficile cogliere i dettagli di un pensiero, le suggestioni di una provocazione.

    Giusto quella uscita dalle labbra dell’avvocato Alleva, che invitava a cogliere la differenza tra ciò che fanno e testimoniano gli alpini e quello che fanno i professionisti della distruzione, gli sfascia città, quelli che lanciano le uova contro le bandiere e chi le espone, che bruciano e distruggono quanto incontrano sul loro cammino. Profeti della violenza, maestri del nulla, soprattutto uomini senza domani. È bastato toccare questa corda perché dalla folla, apparentemente ubriaca di rumore, si alzasse un applauso più forte del clamore che copriva la scena. Un applauso che era la cifra del credito di cui godono gli alpini. Un credito, che non è una cambiale in bianco sulla fiducia, ma l’esito di una testimonianza sedimentata nel tempo, che va all’incasso nel cuore della gente.

    Bruno Fasani