I resti dell’alpino Parodi

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    Circa 25 anni fa da giovane carabiniere, mi ritrovai a prestare servizio in una piccola stazione dell’arma. Un giorno arrivò una lettera dal Ministero della Difesa. Sul Don durante gli scavi per la posa di un oleodotto furono trovati i resti dell’alpino Parodi. I poveri resti finalmente riposavano in un ossario dei Caduti. 

    Dopo aver rintracciato l’unica sorella ancora in vita, fui incaricato dal mio comandante di andare a casa di questa anziana signora a dirle che avevamo ritrovato suo fratello. Mentre mi recavo a casa della signora Parodi mi chiedevo cosa gli avrei dovuto dire, quali parole usare e nel mentre ripensavo ai 20 anni di quel soldato, confrontandoli con i miei di allora. Me lo sono sempre immaginato con il suo fucile, la sua penna nera davanti ad un carro armato sovietico. Il coraggio di un alpino contro l’acciaio di un carro armato per difendere l’onore d’Italia. Arrivato a casa mi aprì la porta questa signora e l’unica cosa che ebbi il coraggio di dirle fu semplicemente…. signora abbiamo trovato suo fratello… ci abbracciammo e piansi insieme a lei. Mi mostrò le foto del fratello, i suoi effetti personali indicandomi infine la finestra dalla quale le aveva fatto l’ultimo saluto prima di partire per la Russia. Ci chiediamo talvolta se dopo tanto tempo per ricordare questi nostri valorosi uomini, può bastare un monumento ai Caduti. Io penso che i più grandi monumenti ai soldati caduti non sono fatti di marmo, sono in fondo al mare, nel cuore del deserto, sui campi di battaglia. Un fucile conficcato in terra, un elmetto e una piastrina sono questi i tributi che ogni soldato si è guadagnato.

    Fabio Di Matteo, Villanova d’Asti

    C’è un modo ancora migliore per ricordarli. Quello della memoria. Come la tua, caro Fabio, popolata di umanità e di finezza morale.