I luoghi della rinascita

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    Rinascere, in una città falcidiata da un sisma devastante che ne ha spento suoni e colori, significa anche riconquistare pezzi di strade, facciate di palazzi, angoli dove parlare. I luoghi, è inevitabile, contribuiscono a formare l’identità di una popolazione. E L’Aquila, da quella maledetta notte del 2009, è alla disperata ricerca della sua “nuova” identità. La vita risorge a piccoli pezzi. Te ne accorgi girando a piedi nel ground zero della tragedia, quello che era il sesto centro storico d’Italia per presenza di beni monumentali. Là, dove prima regnavano solo silenzio, puzza di muffa e vecchi portoni sbarrati dai puntellamenti, qualcosa sta cambiando.

    Non si può non partire da qui per capire che questo territorio è, forse ancora più del passato, nonostante i segni delle ferite mortali inferte dal cataclisma, pronto a emozionare di nuovo e a ripartire. Nel tour virtuale tra i luoghi della rinascita c’è sicuramente il centro, che ha riconquistato alcuni brandelli del suo splendore. Basta andare ai Quattro Cantoni, lo storico incrocio tra il cardo e il decumano dell’antica città, luogo di incontro e di scambio politico, sociale, culturale, per eccellenza. Ebbene, tre dei quattro cantoni sono stati restaurati: Palazzo Ciolina, Palazzo Fibbioni-Lopez e anche il palazzo dell’Inail che ospita il bar del Corso. Qui una volta c’erano la sala Eden (il “caffè” per eccellenza), il cinema, i portici, lo “struscio” serale. In una parola: la vita. Che lentamente si sta riaccendendo. Basta fare pochi passi e raggiungere la piazza principale, quella del Duomo, per averne un’altra testimonianza.

    La sua cornice di palazzi è ancora incerottata, ma al suo interno, seppur a sprazzi, qualcosa è tornato a pulsare: lo storico bar Nurzia, un piccolo negozio di alimentari, la Banca d’Italia, altri uffici, il mercato domenicale degli ambulanti. Segnali di speranza, innanzitutto. Il centro storico è praticamente tutto qui, per ora. Palazzi splendidamente restaurati si alternano alle rovine come oasi nel deserto. Palazzo Cappa, per esempio, lungo via Garibaldi, è stato aperto alla città dopo la fine dei lavori per ospitare le opere d’arte che prima erano allestite nel museo Signorini Corsi. Altri immobili-simbolo faranno lo stesso nei mesi a venire. Pochi passi bastano per voltare gli angoli e riscoprire chiese appena restaurate, affreschi spuntati fuori dal nulla, tesori di cui non si conosceva l’esistenza.

    La ricerca è quasi snervante, certosina, ma alla fine gratificante. Tra i possibili “itinerari” del centro c’è certamente quello legato alla “movida”. Una reazione di pancia, istintiva, esplosa nei mesi successivi al sisma. Un modo che i giovani hanno scelto per riconquistare, appunto, spazi vitali. È scioccante l’immagine di migliaia di ragazzi che animano, apparentemente spensierati, luoghi circondati da rovine, puntellamenti, barriere, cantieri. Così come è scioccante l’itinerario luttuoso dei santuari della tragedia: la Casa dello Studente, via XX Settembre, piazzale Paoli, lo splendido quartiere di San Pietro raso al suolo. E intorno? Sì, è vero, L’Aquila non finisce qui. Sebbene orfana della sua anima (il centro), la città continua a offrire una miriade di opportunità, anche di rinascita.

    Alle porte della città vecchia c’è l’auditorium di Renzo Piano che “offusca” in parte la visuale del Forte cinquecentesco edificato dagli spagnoli. Dall’altra parte del Corso, quando la città sta per abbandonarsi alla prima periferia, c’è la splendida basilica di Collemaggio, il cui restauro (in corso) è stato interamente adottato dall’Eni. La Fontana delle 99 Cannelle chiude il percorso cittadino nel luogo che gli storici identificano come quello della fondazione della città. Allargando ancora gli orizzonti non si può non transitare nella vecchia chiesetta tanto amata da papa Wojtyla. Siamo a San Pietro della Ienca, oggi santuario del Pontefice.

    Un luogo ameno, immerso nella pace, simbolo perfetto della città del perdono di cui tanto si parla, nel nome di Celestino V. La “cinta” della città riporta ai 99 “castelli” che la fondarono. Borghi di straordinario interesse, spesso devastati dal sisma: Santo Stefano di Sessanio con la sua torre medicea e l’albergo diffuso, la rocca di Calascio, l’altopiano delle Rocche (Rocca di Mezzo e Rocca di Cambio), meta di turismo invernale grazie alle piste di sci ed estive, la piana di Navelli, alla ricerca del gusto unico dello zafferano e dei sapori della cucina tradizionale. E infine il Gran Sasso, un altro simbolo di questa terra, con le sue sterminate possibilità di attrazione. Un massiccio alto e forte, come la gente di queste parti. Aspro, ma gentile. La rinascita passa anche da qui.

    Stefano Dascoli e Carlo Frutti