Gli eroi della Cuneense

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    Gelido il vento sul volto dei nostri alpini quel 20 gennaio 1943. Li spingeva verso la salvezza un lontano miraggio prodigo di sacrifici e speranze mutilate. Appena un giorno innanzi la 21ª compagnia del btg. Saluzzo e la 72ª batteria del gruppo Val Po si erano immolate sul campo di battaglia aprendo la via che da Popowka conduceva a Nowo Postojalowka, terribile varco da dover superare a ogni costo. Per la Cuneense la sventura era tuttavia iniziata già nei mesi precedenti con la pressione dei russi sui punti che più avrebbero facilitato l’irruzione nelle nostre linee. Uno di questi era costituito dall’estremo settore di destra della Cuneense, a ridosso del Kalitva affluente del Don, di là del quale era schierata la divisione Cosseria. Lo presidiava il btg. Saluzzo del 2° Alpini.

    Era la notte del 23 dicembre 1942, l’antivigilia di Natale, quando la furia avversaria si scatenò con un impeto impressionante. Il reduce Giovanni Ghigonetto di Paesana (Valle Po, Cuneo) racconta che la lotta si era fatta feroce, fino all’estremo impeto all’arma bianca, dopo che le armi automatiche erano divenute inservibili per il surriscaldamento delle canne da fuoco. “Ho visto l’inferno!” esclama ripetutamente l’alpino Ghigonetto mentre rivive quegli attimi di terrore. Gli alpini della Divisione Cuneense, superate fra mille difficoltà le località di Popowka e di Podgornoje, vinte le numerose asperità del terreno ghiacciato, all’improvviso sostarono attoniti, costretti ad affrontare una barriera di trenta carri armati russi che sbarrava loro il passo.

    Gli eroi dei battaglioni Borgo San Dalmazzo e Saluzzo del 2° reggimento Alpini, punta di diamante nello scontro attorno all’abitato di Kopanki, sferrarono l’attacco: erano le ore 15 del 20 gennaio. Martoriate dai colpi dell’artiglieria russa le compagnie del Saluzzo, quelle del btg. Ceva e le batterie del gruppo Mondovì, in stretto contatto con i “fradis” dell’8° Alpini della Julia, si batterono in uno scontro micidiale. Più che la forza, ormai allo stremo, valse il coraggio. Alpini e artiglieri cadevano a decine, a centinaia. La 22ª e la compagnia comando del btg. Saluzzo furono decimate dai mostri d’acciaio russi, i terribili T34.

    La 21ª compagnia entrata per prima, verso le ore 16, a Nowo Postojalowka, si riunì alle altre compagnie del Saluzzo, del Dronero, del Borgo San Dalmazzo, agli artiglieri del gruppo Pinerolo e ai reparti del 1° reggimento Alpini, battaglioni Ceva, Pieve di Teco, Mondovì. Serrati in ordine di sfondamento in procinto di affrontare una sorte atroce, pagarono un triste contributo subendo perdite ingenti, anche perché verso le 17,30 il fuoco appiccato dai russi alle isbe aveva fatto luce a giorno esponendo gli alpini, facile bersaglio, ai colpi mortali degli avversari. Almeno milleduecento corpi inermi giacevano sul terreno ghiacciato. Al gen. Battisti, comandante della Cuneense, dopo Nowo Postojalowka, degli oltre sedicimila alpini impegnati sul Don dall’estate precedente non rimanevano che il btg. Dronero, il gruppo Pinerolo e i resti delle altre formazioni distrutte nella lotta. Erano appena duemila uomini: altri, ancora, sarebbero Caduti nelle fasi successive della ritirata.

    Sono trascorsi 71 anni da quella tragedia. A Saluzzo, nel novero della commemorazione degli epici fatti di Nowo Postojalowka, la Sezione ha organizzato lo scorso 26 gennaio il raduno intersezionale che ha riunito una folla di penne nere di oltre quindici Sezioni, alpini in armi e congedati di altre Armi e Specialità che hanno sfilato perdendosi a vista d’occhio per le vie della città: un tripudio di colori che pare levarsi in volo dalle bandiere, dai gonfaloni, dai vessilli e da una teoria interminabile di gagliardetti. Tutto ha inizio con l’alzabandiera e l’Inno Nazionale, quindi si prosegue con la resa degli onori ai Caduti accompagnata dal “Silenzio d’Ordinanza”, presso i monumenti all’Alpino e ai Caduti di tutte le guerre.

    Il presidente della sezione di Saluzzo, Renato Chiavassa, il sindaco di Saluzzo, Paolo Allemano e altre autorità locali illustrano brevemente i significati legati alla celebrazione. Nel corso del rito religioso, celebrato dal vescovo di Saluzzo, mons. Giuseppe Guerrini, davanti a tutti gli alpini rigorosamente sull’attenti, il presidente sezionale recita con voce ferma la “Preghiera dell’Alpino”. Un’eco remota ci sfiora, mentre al passo sfiliamo, il cuore stretto da un’intensa commozione, con la sensazione lontana di quel vento gelido, quasi che spiri lieve ancora sulle nostre penne nere, recando con sé il tono sommesso di tante voci di alpini, spente nella steppa.

    Mario Bruno