Difesa: si parla ancora di tagli

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    Voci che circolano negli ambienti militari parlano di una riduzione di 14 mila arruolamenti nelle tre Armi Resta senza risposta l’interrogativo di sempre: quale sarà il modello di difesa che si vuole per l’Italia?

    Lo stesso senso di responsabilità, che mi ha costretto finora a preferire i fatti e a misurare in pubblico le parole, non mi consente di tacere ulteriormente. Di fronte alla decisione odierna di tagliare le risorse già inadeguate destinate dalla Finanziaria alle spese della Difesa non posso che manifestare ad alta voce il mio dissenso e la mia profonda preoccupazione soprattutto pensando al futuro delle nostre missioni internazionali .

    Così il ministro della Difesa Arturo Parisi, il 16 novembre scorso, esprimeva la sua protesta per i tagli al bilancio della Difesa, tagli che hanno penalizzato Marina, Aeronautica e soprattutto l’Esercito. È stata l’ultima in ordine di tempo, avendo espresso in precedenza e in varie circostanze la loro preoccupazione sia il capo di Stato Maggiore della Difesa ammiraglio Giampaolo Di Paola che il capo di SME gen. Filiberto Cecchi.

    Il bilancio della Difesa I tagli al bilancio della Difesa sono un vecchio vizio della politica italiana: da sempre, quando è stato necessario reperire fondi per accontentare le varie lobby, i governi sono ricorsi a prelievi dal bilancio delle Forze Armate. Erano gli anni in cui la politica estera italiana era praticamente inesistente, a differenza di quanto avviene oggi grazie alla partecipazione dei nostri militari alle missione umanitarie e di peace keeping, partecipazioni che trovano larghi consensi nella comunità internazionale come viene dimostrato anche dalle responsabilità di comando multinazionale che vengono affidate ai generali italiani dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite.

    Lo scenario Qual è dunque lo scenario che si prospetta?Ci sono voci ricorrenti, non ancora smentite, di un taglio di 14 mila arruolamenti nelle tre Forze Armate. Ed è facile prevedere che la parte del leone in negativo sarà riservata all’Esercito. Quindi meno ricambi, meno rafferme, oltre che meno soldi per tutto, meno posti di lavoro del personale civile che lavora nelle caserme e nei comandi. Comandi che anche questa è una voce non smentita verrebbero ridotti di numero. È a rischio lo stesso modello di difesa definito su una forza di 190 mila uomini che potrebbe essere ridotta a 150/160 uomini per le tre Armi.

    Con prospettive tutt’altro che rosee per la carriera di quanti abbracciano la vita militare. Un discorso a parte meriterebbe la futura capacità operativa, soprattutto quella dell’Esercito visto che per la Marina sono già in cantiere le nuove fregate e per l’Aeronautica è stato di recente firmato il contratto per l’acquisizione di una nuova linea di caccia bombardieri. Per l’Esercito, appunto, non ci sono prospettive esaltanti e programmi di approvvigionamento di nuovi e più moderni mezzi e tecnologie che possano far guardare con giustificato ottimismo al futuro. In questo quadro e con un bilancio della Difesa che si aggira intorno allo 0,82 del PIL l’asserto meno quantità e più qualità non è credibile e pare più una foglia di fico per celare decisioni assunte senza un approfondito esame di costo efficacia.

    Non è difficile perciò prevedere che la riduzione del personale produrrà inevitabili effetti negativi sull’operatività dei reparti e sul morale del personale dell’Esercito in un momento in cui altri Paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna stanno incrementando gli effettivi delle forze di terra, che sono quelle che sopportano gran parte del peso delle attuali operazioni di sostegno alla pace.

    Le missioni all’estero Poiché sono parole del ministro della Difesa è compromessa la sicurezza e la protezione del personale e lo strumento militare è stato portato sotto il livello di minima sussistenza (mancano perfino i soldi per il rinfresco che veniva offerto ai familiari delle reclute dopo la cerimonia del giuramento e perfino per comperare il toner e la carta per le fotocopiatrici ) viene da chiedersi in che modo, e se, l’Italia intende mantenere il ruolo acquisito sul piano internazionale con le missioni dei nostri militari.

    Le truppe alpine Per venire a noi, alle nostre Truppe alpine, nella serie di tagli sarebbe compresa anche la Divisione Tridentina, una divisione il cui comando è nell’organico delle Truppe alpine ed è una divisione in fieri , nel senso che può essere composta a seconda delle necessità di intervento, da reparti alpini e di altri Paesi. La sua presenza, sia pur solo a livello di comando, consente di avere un Comando truppe alpine affidato a un generale di Corpo d’Armata.

    All’apertura dei Casta, a San Candido, il sottosegretario alla Difesa Marco Verzaschi rispondendo alla domanda sui tagli è stato categorico e sibillino a un tempo: Le forze operative non saranno ridimensionate ha detto i tagli riguarderanno soprattutto gli organi centrali e periferici, ma si cercherà di salvaguardare al massimo la componente operativa, e in questa sono compresi proprio gli alpini che in Afghanistan stanno svolgendo un lavoro veramente encomiabile .

    Non parliamo di riduzione gli ha fatto eco il ministro della Difesa in un breve incontro con i giornalisti in occasione della chiusura degli stessi campionati sciistici stiamo riflettendo sulle conseguenze della finanziaria. Vedremo al termine della missione in Afghanistan . Quindi: si cercherà di salvaguardare e stiamo riflettendo . Possiamo stare tranquilli?Noi siamo convinti che i reparti alpini hanno già subíto ogni riduzione possibile.

    Abbiamo sentito dire che l’Italia li ama, che sono una risorsa per il Paese, che sono fra i migliori di tutti gli eserciti . A forza di sentirlo dire cominciamo lo sapevamo già, ovviamente a crederci anche noi. Siamo dei romantici illusi?Ci vengono in mente le voci sulla leva, che erano solo voci , sul numero delle brigate alpine voci anche queste. Eppure Abbiamo già dato. Di più non ci sta bene dare.