Bene e male, visione etica o politica?

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    Mi permetto con la presente di dissentire con forza da alcuni concetti da Lei espressi nell’editoriale dell’ultimo numero de L’Alpino, che mi pare siano non solo alieni al contesto associativo e a quello culturale relativo, di cui la stampa sociale è voce peculiare, ma pure in contrasto con il nostro stesso statuto.

    Faccio riferimento alla parte del suddetto editoriale nella quale Lei – legittimamente, afferma quanto segue: “Una seconda ragione ci interpella sul bisogno di conservare la nostra identità. Un momento storico in cui è chiesto il coraggio d’essere politicamente scorretti. Il coraggio di dire che la famiglia è una certa cosa e non un’altra, che i doveri vengono prima dei diritti, che il senso di Dio non è alienazione ma ispirazione alta, che l’uomo non può essere ridotto ad animale tra animali, che un figlio ha bisogno di un padre e di una madre…”.

    Bene: in primo luogo, circa quanto da Lei scritto nel primo capoverso citato, mi viene istintivamente da chiedere: beh, e cosa c’entrano queste cose con noi alpini, e con ciò che siamo e rappresentiamo, storicamente e nel tempo presente? Cosa c’entra ciò che Lei scrive con il poter essere buoni alpini e con il preservare i nostri valori fondanti? Mi sembra emerga da tali parole il tentativo – antropologicamente illogico oltre che antisociale e, mi permetta, anche assai pericoloso, come la storia insegna – di giudicare gli individui in base alle loro libere scelte di vita, e non alla bontà del loro agire in senso sociale e nello specifico dell’interazione civica.

    Senza contare il fatto che le implicazioni delle Sue affermazioni sono indubitabilmente troppo vaste per poter essere risolte in sedi come quella scelta, e sembrano invece palesare una totale chiusura analitica sulle questioni a cui fanno cenno – in un senso o nell’altro. Inoltre, pure la scelta espressiva non mi pare affatto corretta, con quel “dire/non dire” che troppo spesso è stato il segno verbale di un’ipocrisia che ha sempre nociuto all’emancipazione della società civile.

    Mi permetto di farLe notare che, essendo quelli che Lei afferma concetti oggi sostenuti in modo chiaro da una ben determinata parte politica, e di contro avversati da quella opposta, non certo indirettamente e semmai con alquanto eccessiva presa di parte, Lei sta facendo politica, in ciò andando contro quanto espresso dall’art. 2 del nostro Statuto – articolo che peraltro, mettendo in chiaro quali siano gli scopi della nostra Associazione, non cita affatto il dovere di difendere quei “valori” che Lei invece ha così nettamente voluto sostenere, dacché – mi ripeto ancora – assolutamente non considerabili nell’ottica del valore storico e attuale dell’essere alpini e del senso “filosofico” dell’A.N.A.

    E mi permetta pure, in chiusura, di rimarcarle come proprio quanto da Lei scritto nell’editoriale rappresenta un ottimo esempio di “politically correct”, dacché fingendo di andare contro il “conformismo ipocrita” in realtà vi risponde con quanto c’è di ancor più conformista, cioè con il pensiero reazionario. È forse più letale questo, io credo, per quell’identità che, giustamente, Lei chiede di conservare, perché impedisce l’adattamento ai tempi che inevitabilmente cambiano: altrimenti oggi (giusto per fare un esempio tra tanti) le Truppe Alpine non potrebbero giovarsi del meraviglioso apporto che le donne hanno in esse (e non solo in esse) saputo apportarvi.

    Luca Rota – gruppo di Carenno, sezione di Bergamo

    Come vedi, caro Rota, io non temo il confronto, accettando di pubblicare anche le posizioni polemiche, senza paura della diversità di opinioni. Ed è proprio per confrontarmi che vorrei precisare due, tre cosette, giusto per non morire col gozzo. Dire che la famiglia è una cosa e non un’altra, che i bambini hanno bisogno di un padre e di una madre, che una società si costruisce prima sui doveri e poi sui diritti, che l’uomo non è un animale tra animali… non è né di Destra, né di Sinistra.

    È una visione antropologica (cioè un modo di vedere l’uomo e il suo destino) che crede ancora alla legge di natura e non soltanto all’arbitrio delle culture, le quali diventano devastanti quando, giocando sulla pelle della gente, decidono a tavolino, attraverso le maggioranze di potere (politici, media, mercati, lobby… mai la povera gente) cosa è bene e cosa è male. L’adattamento ai tempi non può identificarsi con la dissoluzione di ciò che è essenziale all’umanità.

    La storia ci insegna che ci furono culture le quali decisero che c’erano vite senza valore, che il mito della razza consentiva il genocidio. Così, come oggi, studiosi italiani, vedi Alberto Giubilini e Francesca Minerva, supportati da prestigiose riviste scientifiche, sostengono il diritto all’aborto post partum (cioè l’omicidio del bambino) benché nato sano. Teorie che attingono peraltro agli studi di Singer e Hengelhardt, che popolano con i loro libri i corsi di studio delle nostre università. Anche questo può essere considerato progresso e adattamento ai tempi?

    Quando tu mi dai del reazionario, confinandomi nelle logiche di partito, mi chiedo se non sia tu ad esserti intruppato ideologicamente in qualche parte, che vede questi principi come patrimonio partitico e non come valori di tutta l’umanità. Colgo anche l’occasione per puntualizzare a qualche alpino, che strepita denunciando una clericalizzazione reazionaria del nostro giornale. Qui mi pare che di reazionario ci sia soltanto l’animo di chi sembra essersi fermato al 1789, quando bastava essere crétien (cristiani) per essere considerati cretin (non ha bisogno di traduzione) e finire sotto la ghigliottina della Rivoluzione.

    Sono passati due secoli da allora e forse sarebbe il caso che le persone venissero giudicate per la loro professionalità e non per ragioni ideologiche. Fermarsi alle logiche del “nemico” perché estraneo al nostro sentire è allontanarsi dall’intelligenza, oltre che dallo spirito alpino.