A tavola con gli alpini

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    L’impegno degli alpini verso i giovani prosegue ogni anno con maggiore slancio. Nell’anno della grande esposizione universale non poteva esserci argomento più pertinente di quello proposto dalle penne nere di Como, che hanno coinvolto gli alunni della scuola elementare Corrado e Giulio Venini sul tema: “A tavola con gli alpini, i sapori della montagna”. 

     

    Come e cosa mangiavano gli alpini d’inizio secolo e quelli di oggi? Quali sono le loro pietanze preferite? Da questi interrogativi è stata avviata una lunga e dettagliata ricerca, supportata dal “maestro con la penna” Carlo Pedraglio e dagli alpini comaschi. Lo sviluppo degli elaborati è stato sorprendente per la varietà degli argomenti trattati e per l’abbondanza d’inventiva. Disegni e plastici, oggetti, reperti storici e per la prima volta filmati, hanno aperto il d’itema dell’alimentazione nella Grande Guerra, trattato in ogni più piccola sfaccettatura.

    Il tutto condito, è proprio il caso di dire, da prove di laboratorio legate al cibo. Una piccola pagnotta, qualche legume, una scatoletta per il condimento e, quando andava bene, un goccio di vino e un po’ di carne. Fa effetto, perfino ad un adulto, toccare con mano la misera razione di guerra, spesso consumata fredda, in modo frugale, pescando da una gavetta di latta. Il tema del cibo in guerra è stato successivamente trasferito su carta.

    Disegni con tratti semplici e rigorosamente in bianco e nero, per evocare il momento drammatico: si notano così gli alpini di Matilde e Sara che si rifocillano sotto le bombe, accanto al filo spinato o quelli di Ginevra e Filippo costretti in spazi angusti, protetti dai sacchi di sabbia. Lo sviluppo naturale dell’argomento è stato quello dei trasporti in montagna con una ricerca fotografica dettagliata: giovani soldati sono ritratti accanto all’amico mulo, o a slitte trainate da robusti cani, mentre ripidi sentieri sono percorsi dalle eroiche portatrici carniche, piegate sotto enormi gerle. Dalle foto, agli oggetti, su tutti la borraccia dell’ultima guerra appartenuta a Luigi Stoppani, nonno del piccolo Nicholas.

    Un paiolo di rame luccicante, allestito dalle classi a rappresentare un focolare, e il passato diventa presto presente. Forse è fin troppo facile associare gli alpini a due dei prodotti abbondanti in tutto il Nord Italia: la polenta e il vino, quest’ultimo trattato come argomento di educazione civica, per sensibilizzare i giovani sui pericoli legati al suo abuso. Ma è solo leggendo i temi, nelle pieghe delle “golose avventure in montagna” con i genitori e i nonni, che vengono esaltate le molteplici pietanze legate al territorio. Ed è proprio vero che se un cappello fa uguali gli alpini, la nostra Italia, così ricca di varietà e tradizioni, ne esalta invece le peculiarità… culinarie.

    Le storie, ripiene di “torte al formaggio” (leggi frico), pizzoccheri, “spezzatini di pesce” (leggi baccalà) e delle più tradizionali polente e ragù, raccontano con la spensieratezza tipica dei più piccoli anche momenti esilaranti, come la salsiccia rubata dal piatto dall’astuto cane del pastore o il ribelle cane Tequila, scappato tra i monti e ripreso dopo averlo attirato con una succulenta costoletta.

    L’alpino Pedraglio ha anche tenuto una lezione sulla corretta alimentazione durante le escursioni in montagna, trattando temi di utilità pratica come la nutrizione in vista di una camminata, le scorte energetiche e alcuni rudimenti sulla sopravvivenza all’aperto in condizioni climatiche particolari. Al termine degli incontri una giuria alpina ha valutato i lavori delle classi alle quali è stato consegnato il “Premio Mario Ostinelli”, già Consigliere nazionale e per 18 anni Presidente della Sezione di Como, consistente in una lavagna interattiva multimediale e del materiale didattico.

    Il giorno della premiazione, i bambini hanno intonato l’Inno nazionale e alcuni canti di montagna. L’interessante laboratorio “alpini e cibo” ha creato una virtuosa reazione a catena, rafforzando il legame affettivo tra alpini, alunni e insegnanti, in un clima che non può far altro che produrre buoni frutti.

    Matteo Martin