Articolo Alpino

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Perché giornali e tv ignorano quasi del tutto l’attività quotidiana e straordinaria dell’Associazione Nazionale Alpini? È successo di recente, a pochi giorni di distanza dall’inaugurazione dell’edificio polifunzionale a Campotosto, piccolo centro montano in provincia de L’Aquila, devastato dal sisma che colpì il Centro Italia lo scorso anno. Un servizio sulla scossa di domenica 3 dicembre ha raccontato quanto questi piccoli paesi, di poche decine di abitanti, vivano in uno stato di disagio e continua emergenza e come la promessa delle casette sia stata fino ad ora disillusa. 

In particolare a Campotosto, il giornalista Federico Marietti nel Tg5 di lunedì 4 dicembre, racconta: “La scossa di ieri notte si è sentita tutta, ma il paese è svuotato, poco o nulla è stato fatto per la trentina di persone rimaste che chiedono case e attività per tornare a far rivivere il paese”. Qualcosa è sfuggito. Come sia potuto accadere che a distanza di una settimana dall’inaugurazione, sia passata inosservata la splendida struttura ad uso sociale e di aggregazione, realizzata interamente dall’Ana? Eppure, nonostante il disinteresse dei media nazionali, è indubbio il peso sociale degli alpini e i valori che stanno nel loro operare. Ma quali sono questi valori? Abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti della tv e della carta stampata quali valori sociali veicola l’Ana in questo momento storico e come vedrebbero la proposta di un periodo obbligatorio per i giovani.

Paola Saluzzi, giornalista di Tv2000

«Gli alpini e non lo dico solo io, sono parte della spina dorsale di questo Paese. Muri portanti senza i quali la casa non starebbe in piedi. Lo sono insieme ad altri, ma non troppi. Lo sono per il loro passato, per dignità storica. Nel nome che riconduce alle Alpi, è insito il concetto di fatica fisica, ma anche e soprattutto metaforica. Questo spirito di cui l’Ana è la bandiera, è fondamentale per l’Italia. Ero bambina nel 1976 ed è di quel periodo la prima grande immagine degli alpini impegnati nella ricostruzione del Friuli colpito dal terremoto. Poi ci fu l’Irpinia e così fino ad oggi, nel Centro Italia devastato dal sisma. Mio padre, scomparso di recente, era un generale del Genio pontieri. Nella mia infanzia e giovinezza ho avuto modo di vedere molte divise, ma per gli alpini è diverso, la loro divisa è fatta da un cappello. Non importa chi ci sia sotto, quale professione svolga o a quale ceto appartenga. È prima di tutto un alpino. Ricordo all’Adunata di Aosta nel 2003 l’incontro con due reduci, una grande emozione che non scordi più. E dopo la grande festa del sabato sera, la domenica una sfilata lunghissima in una città ripulita. Un segno di rispetto e di grande senso civico. Se io avessi un figlio, gli suggerirei senz’altro di fare l’alpino. Di vivere per un anno un’esperienza tanto importante. Il legame straordinario tra giovani e vecchi è un elemento fondativo dell’Ana. Si dice che quando muore un vecchio, muoia un’enciclopedia eppure attualmente manca una politica di sostegno in un Paese, come il nostro, con pochi giovani. Bisogna quindi perseguire la strada di un servizio di leva obbligatorio motivando i ragazzi e aiutandoli a capire ciò che sta dietro a questa esperienza. Insomma, gli alpini? Che continuino ad esistere!».


Maurizio Belpietro, fondatore e direttore de La Verità e conduttore del programma televisivo Dalla vostra parte

«Per la percezione che ho io della vostra realtà, posso dire che il primo valore sociale riconducibile all’Ana è senz’altro la solidarietà. Un’Associazione che nei momenti difficili del Paese, penso all’ultimo terremoto del Centro Italia e così indietro nel tempo, si è sempre resa disponibile per contribuire a soccorrere e ad aiutare chi è in difficoltà. Ne abbiamo dimostrazione ogni volta si presenti l’occasione. Vedo positivamente per i giovani un periodo breve, ma obbligatorio di 3/4 mesi da dedicare al Paese. La vecchia naja era un momento importante, formativo e di crescita. La prima vera esperienza fuori casa, per molti la prima volta lontano dalla famiglia, per alcuni persino dalla propria Regione. L’incontro con dei ragazzi fino a quel momento sconosciuti e la necessità di fare gruppo e di aiutarsi. I giovani oggi mi pare fatichino a comprendere il valore dell’impegno e questa soluzione potrebbe aiutarli».


Stefano Filippi, inviato speciale de Il Giornale

Quali valori sociali veicola l’Ana in questo momento storico?
Quello più evidente è il senso di appartenenza, inteso non soltanto in modo ideale. Oggi la gente vive per lo più per conto proprio e ha difficoltà nei rapporti sociali, mentre gli alpini sono un’entità socialmente rilevabile che dà un senso di appartenenza, perché uno sa che può sempre contare su di loro. I riflessi si vedono anche su altro: nella solidarietà, nella partecipazione, nella costruttività, perché gli alpini sono presenti sia nella solidarietà spicciola, sia in quella su larga scala. In manifestazioni come l’Adunata nazionale questi sentimenti sono evidenti, ma ho presente anche il radicamento territoriale degli alpini e le tante attività alle quali partecipano, e tutte creano quel senso di identificazione che è costruttivo di un tessuto sociale e di una socialità.

Come mai nei media troviamo poco riscontro dei valori positivi veicolati dagli alpini?
La responsabilità maggiore è del mondo della comunicazione, più che di quello degli alpini. Spesso emerge un vecchio pregiudizio per il quale il bene e la solidarietà non fa notizia. Il Corriere della Sera - e parlo della concorrenza - da settembre scorso con “L’impresa del bene” ha avuto il coraggio di fare notizia con le buone notizie, di puntare sul terzo settore e il volontariato, sul mondo della solidarietà e della cooperazione e sull’impresa sociale. Di conseguenza qualcosa comincia a muoversi anche nel mondo della comunicazione che capisce qual è il valore di questa realtà. Si è sempre detto: “La famiglia è il grande ammortizzatore sociale” perché i nonni fanno da babysitter, i genitori aiutano i figli senza lavoro… e quindi dove non arriva lo Stato, arriva la famiglia. Però questo è uno slogan, mentre le realtà organizzate come la cooperazione, il Terzo settore, il volontariato, gli alpini, ecc. sono un nerbo dentro la società che è poco conosciuto, che non vuol dire che non sia reale. Semplicemente i giornalisti sono un po’ prevenuti su queste realtà e le considerano di nicchia. Al contrario è un sottostrato molto radicato e forte. Speriamo di non dovercene accorgere nel momento in cui vengano meno.

Come vede la proposta di un periodo obbligatorio di servizio civile o militare per i giovani?
Quando ero giovane ho scelto il servizio civile, come obiettore di coscienza, per 20 mesi (la naja era di 12 mesi). Direi quindi che sono contento di quest’esperienza e sono favorevole alla proposta. Conosco giovani che usciti da scuola e dedicano un periodo al servizio sociale. È una strada che alcuni scelgono come alternativa, in mancanza di un lavoro. La naja aveva aspetti negativi, ad esempio il nonnismo. Aveva però anche il senso di mettersi al servizio di un qualcosa di più grande e questo non era molto sottolineato da un punto di vista della comunicazione. Per lavoro ho visitato teatri dove erano impegnati militari in missione di pace: pensavo di trovare gente in assetto di guerra e invece ho trovato persone che facevano operai, genieri, pontieri, al servizio della popolazione. Quindi si dovrebbe far capire – e questo potrebbe essere un impegno da parte delle Forze Armate – che fare il contingente di pace non è solo presidiare un’assenza di guerra, ma è sostenere in prima persona le popolazioni bisognose. Oggi i giovani vivono in un mondo virtuale e quindi incontrare i bisogni delle persone non è così immediato e il servizio obbligatorio avrebbe, per loro, un forte valore educativo.


Giacomo Galeazzi, vaticanista de La Stampa

Quali valori sociali veicola l’Associazione Nazionale Alpini in questo momento storico?
L’Associazione Nazionale Alpini ha il merito di incentrare la sua attività e la sua proposta culturale e civile sulla condivisione di valori spesso trascurati nella società odierna. Credo sia importante che l’Ana diffonda con sempre maggiore pervasività quella visione del mondo che ha condotto alla beatificazione Teresio Olivelli, sottotenente degli alpini, ucciso nel lager di Hersbruck “in odium fidei” e Medaglia d’Oro della Resistenza. Nel campo di concentramento come buon samaritano diede assistenza spirituale e materiale agli altri internati fino a morire per i maltrattamenti subiti dai carcerieri a causa della sua carità verso i compagni di sventura. Valori sempre attuali.

Come valuta la proposta di un periodo di servizio obbligatorio civile o militare per i giovani?
Sono assolutamente favorevole. Alla Stampa, in varie inchieste giornalistiche, ho seguito da vicino la grande richiesta di impegno nelle nuove generazioni. In tre anni il numero dei ragazzi e delle ragazze che hanno svolto il servizio civile facoltativo è più che triplicato: erano 15mila nel 2014, sono quasi 50mila nel 2017. Negli ultimi due anni le domande hanno superato di oltre tre volte il numero di posti disponibili. Nel corso degli anni sono cambiate forme e tipologia dei progetti, adattandosi alle esigenze del Paese. Dal 2001 a oggi, quasi mezzo milione di italiani (nella fascia d’età 18-29) ha lavorato per un anno (30 ore settimanali) nell’assistenza socio-educativa, nell’agricoltura sociale e in attività di pubblica utilità in zone di montagna. La metà dei “civilisti” risiede nel Mezzogiorno o nelle isole e per l’85% vive ancora in famiglia. Solo uno su quattro ha lavorato prima di svolgere il servizio civile. Il 65% dei volontari sono donne e l’86% è disposto a cambiare regione per lavorare. Il 67% ha fatto domanda per “motivazioni personalistiche” (avvicinarsi al mondo del lavoro, guadagnare qualcosa, acquisire competenze). Il 33% per spirito di solidarietà. Lo stesso accade per i giovani che decidono di prestare servizio militare. Quindi passare da facoltativo a obbligatorio è opportuno sia per il servizio obbligatorio civile sia per quello militare.

  09/01/2018

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