Articolo Alpino

Una precisazione sulla "Garibaldi"


  Argomento: Ana

Articolo di tipo Lettere al Direttore   pubblicato nel numero di Gennaio 2018 dell'Alpino


Ho letto la lettera di Carmelo Raccuia sulla Divisione partigiana italiana “Garibaldi” pubblicata su L’Alpino di novembre e mi corre l’obbligo, quale componente di tale Divisione di fare una precisazione in proposito, per verità storica e per rispetto della memoria dei miei commilitoni che hanno lasciato la vita in Jugoslavia e di quelli già “andati avanti”. Le formazioni “Garibaldi” del citato comandante Bianco o colonnello Krieger erano cosa del tutto diversa dalla nostra Divisione partigiana italiana che ha avuto al comando prima il gen. Oxilia, poi il gen. Vivalda e infine il col. Carlo Ravnich, già comandante del Gruppo artiglieria alpina Aosta di cui ho fatto parte. 

Dopo l’armistizio è stato proprio Ravnich a dirci: “La guerra non è per niente finita, vado con i partigiani e non mi arrendo ai tedeschi. Non obbligo nessuno, voi fate la vostra scelta”. Il 2 dicembre 1943, a Pljevlja da quello che rimaneva della Divisione alpina Taurinense e della Divisione di fanteria Venezia prese vita la Divisione Italiana partigiana Garibaldi, sotto il tricolore nazionale, senza stella rossa, combattendo come soldati italiani in quella che Stefano Gestro ha chiamato “armata stracciona” perché le nostre divise erano lacere e malandate, ma sempre con le stellette al bavero e fedeli al giuramento e alla Patria. Quando un ufficiale jugoslavo di Tito ha proposto di mettere la stella rossa sul cappello, Ravnich ha detto di no, perché ha spiegato che avevamo già il nostro fregio e quello bastava. Dopo diciotto mesi di lotta contro tedeschi, cetnici, ustascia, bande musulmane filo-naziste, in un territorio spesso ostile in cui abbondavano solo fame e pidocchi, ai primi di marzo del 1945 da Sarajevo siamo stati rimpatriati e quando al porto di Ragusa i partigiani jugoslavi volevano disarmarci, tutti abbiamo seguito l’esempio di Ravnich che dichiarò “Voglio andare in Italia da soldato non da prigioniero” e ci siamo tenuti le armi. Sbarcati a Brindisi dopo trentotto mesi di Jugoslavia - accolti dal principe Umberto e da due generali americani e due inglesi - ci hanno mandati al campo Sant’Andrea di Taranto, destinato ai prigionieri ed utilizzato anche per la quarantena dei rimpatriati, e successivamente siamo stati inquadrati nel Battaglione “Aosta” del 182º Reggimento Fanteria “Garibaldi” nel ricostituito Esercito Italiano. Non è dunque vero – e offensivo per noi che ne abbiamo fatto parte – dire che la Divisione partigiana italiana “Garibaldi” abbia dato un qualche aiuto ai titini nell’occupazione di Trieste e nella deportazione e uccisione di migliaia di cittadini e militari anticomunisti, continuando in Friuli ed in Carnia la lotta partigiana. Invece dopo il rientro in Italia – un terzo dei circa 20mila uomini originari era Caduto o disperso – abbiamo continuato ad operare nell’Esercito Italiano con compiti di presidio al centro-sud o nei Gruppi di combattimento che risalivano l’Italia con gli Alleati.

Carlo Danda Gruppo Preglia, Sezione di Domodossola

Carissimo e stimato alpino, grazie di queste precisazioni, fatte con chiarezza e con composta pacatezza. La storia si chiarisce parlandosi non a colpi di baionetta. E tu sai quanto bisogno ci sia di portare luce su questi fatti, sui quali regnano spesso il pregiudizio e gli equivoci interpretativi. Colgo l’occasione per inoltrarti tanti auguri cordiali per un sereno futuro.

  09/01/2018

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