Articolo Alpino

Un lutto che ci impoverisce


  Argomento: Ana

Articolo di tipo Editoriale   pubblicato nel numero di Febbraio 2019 dell'Alpino


Un lutto che ci impoverisce La notizia mi arriva su whatsapp. Quattro parole lapidarie: “È morto Cesare Lavizzari”. Mi rifiuto di crederci. Penso ad uno scherzo, magari per vedere come reagisco. O in subordine ad una fake news. Chi mi dà la notizia mi conferma che purtroppo è così. Rispondo di getto, emotivamente in subbuglio: “A volte era un rompi, ma mi viene da piangere”.

Cesare era venuto a trovarmi prima delle feste di Natale. Sedutosi di fronte, mi aveva parlato della sua vita, della mamma che non ricordava più dove parcheggiava l’auto, di un nipotino prediletto. Sprigionava una tenerezza, quando parlava di lui, che mi faceva pensare che questa creatura fosse in grado di dare tante motivazioni al suo vissuto quotidiano. Si parlava di chi come noi rischiava di invecchiare da solo. Quando apriva lo scenario della sua intimità, Cesare faceva intravvedere una acuta sensibilità, che lasciava intendere malinconie nascoste, tenerezze desiderate, forse anche solitudini che lo stare con gli alpini compensava, senza mai esaurire la sete di qualcosa di più intimo e profondo. Questo mondo interiore, che solo qualche volta e a qualcuno era consentito sbirciare, veniva mimetizzato e in qualche modo difeso dalla scorza del professionista e dell’alpino che non indulge alle lagne. Del primo usava le armi della preparazione culturale e della dialettica con cui gestiva le situazioni. Il tutto servito da un’intelligenza lucida a sostegno di un argomentare ficcante. Dell’alpino aveva interiorizzato i tratti ideali, quasi come una fede di riferimento, cui ispirare un progetto di vita sociale e personale. Una specie di vangelo degli uomini. Un vangelo minuscolo ma fiorito sulla trama di uomini veri con ideali veri. C’era una passione nel sostenere questa idealità, che lo connotava più come un fantasista, un innamorato che come uomo di governo. Cesare non era uomo di governo, nel senso classico che diamo a questo ruolo. Almeno questo è il mio parere. Non che non sarebbe stato capace di dirigere la baracca. Il fatto è che lui era carismatico, uomo capace di scompaginare logiche consolidate. E la tipologia del carismatico ha bisogno di libertà creativa più che delle gabbie istituzionali. Più bisogno di deroghe che di metodo, di novità più che di sistematicità. Sembra un paradosso per chi di professione deve muoversi con il codice alla mano. Eppure questa è la cifra di questo grande alpino. Che poi deve aver costituito anche per lui una fatica interiore. Quella di chi deve conciliare due anime, senza mai riuscire a farle convivere del tutto. Quella del passionale appassionato e quella dell’uomo che avrebbe aspirato a guidare gli altri. Forse anche spinto da chi apprezzava le sue doti e lo avrebbe visto volentieri come bandiera istituzionale. Forse di questo, talvolta, Cesare può avere sofferto, seminando a sua volta qualche sofferenza. Ma chi gli vuole davvero bene sa che l’alpino che aveva dentro volava libero oltre le stanze dei bottoni. A seminare entusiasmo, spirito critico e provocazioni, dentro quel sorriso sornione, tra uno sbuffo e l’altro di una sigaretta elettronica, quasi a segnare il ritmo di un animo sempre in fermento come un bicchiere di prosecco.

Bruno Fasani

  11/02/2019

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