Articolo Alpino

Sulla strada per Nikolajewka


  Argomento: Nikolajewka

Articolo di tipo Articolo   pubblicato nel numero di Febbraio 2015 dell'Alpino


Nikolajewka evoca la battaglia di fine gennaio, il generale Reverberi che nella mischia incita i suoi, i superstiti che puntano il sottopasso gettandosi verso la salvezza nell’ultimo disperato tentativo di tornare a baita. Eppure dietro a questa parola, a questo sparuto villaggio russo fatto di neve e di isbe isolate, c’è il sacrificio di moltissimi uomini che combatterono, si spostarono, raggiunsero nuove località e di nuovo imbracciarono fucili e mitragliatrici nel comune, strenuo tentativo di sfuggire all’implacabile avanzata dell’Armata Rossa. Il 26 gennaio 1943 fu fine e inizio.

Terminavano gli scontri a fuoco, calava il sipario sulla guerra e si apriva dinnanzi un orizzonte comune a tutti: agli ufficiali e alla truppa, agli sbandati, ai cappellani, ai feriti e ai congelati, persino ai muli. Era il ritorno a casa. Ma come si giunse a quel mucchio di misere case? quali giorni furono quelli precedenti il 26 gennaio? Nowo Kalitwa, Selenij Jar, Warvarowka, Postojalyi, Kopanky, Lesnitchiansky, Nowo Postojalowka, Podgomoje, Opyt, Nowo Karkowka, Sheljakino, Nikitowka, Arnautovo, Valuiki, Tambov, Krinovojei, Susdal sono tutto ciò che venne prima. La Julia con i suoi reggimenti 8º, 9º, con i diavoli bianchi del Monte Cervino e il 3º da montagna, dislocati in faccia a quota Pisello, nella zona di Nowo Kalitva e sulle quote intorno a Selenyi Jar, resistette un mese intero senza mollare d’un palmo.

Seguì il ripiegamento e ancor più decimati e stremati, a Popovka il 19 gennaio, a Kopanki e a Nowo Postojalowka il 20, a Lessnitschanckij e presso Nowo Karkowka il 21 la Julia e la Cuneense sostennero ancora durissimi scontri con i russi provenienti da Rossosch e da Olichovatka su forze motorizzate e corazzate. Il 22 a Nowo Georgevskij i nostri furono sorpresi durante la notte. Era la fine: molti caddero prigionieri, tra i pochissimi che si salvarono solo alcuni riuscirono a raggiungere la Tridentina. Una guerra vissuta due volte, questo fu il destino dei superstiti della Cuneense e della Julia che dopo aver contrastato il nemico secondo gli ordini dei Comandi, dovettero ricominciare da capo: l’ennesimo scontro, l’ennesima marcia. Un’epopea per le Divisioni alpine Cuneense, Julia e Tridentina.

Per il giovane sottotenente del Tolmezzo Guido Vettorazzo che dopo aver combattuto il nemico, dopo un lungo andare verso ovest seguendo la stella polare, scorse un bagliore di bivacchi all’orizzonte e con tenacia insieme al suo comandante Pietro Maset e a venti, trenta uomini della compagnia, raggiunse i pressi di Nikolajewka finendo nelle braccia della Tridentina sulla giusta rotta... non a Valuiki. Nella primavera del 1943, quando finalmente i suoi occhi poterono posarsi di nuovo sulle montagne che circondavano Rovereto, ancora cariche di neve, ritrovò la corrispondenza che la madre Agnese aveva conservato. Cinquant’anni dopo la riordinò e scrisse Cento lettere dalla Russia 1942-1943 a cura del Museo della Guerra di Rovereto. La prima è datata 21 agosto 1942.

Poi un’interruzione nei giorni precedenti al 26 gennaio 1943 e di nuovo in febbraio, quando ormai tutto era accaduto. “Dopo la memorabile giornata dello sfondamento dell’ultimo baluardo nemico a Nikolajewka non riuscii a descrivere più nulla, come se un collasso psichico fosse subentrato alla tensione spasmodica precedente e la mente non avesse registrato che a tratti. Non ho più date, non luoghi o località, non fatti organizzati e precisi. Solo punti confusi, episodi slegati ed evanescenti, qualche ritorno di angoscia per voci captate di puntate al nostro inseguimento, rilassamenti apatici alle prime soste fuori pericolo, fatica estenuante delle marce continue nella neve e nel freddo ancora mordente, col miraggio spasmodico di riposo e di quiete, di un camion o di un treno”. La marcia continuò e il pericolo fu in agguato fino al 6 febbraio 1943 quando Guido potè scrivere a casa, per la prima volta, così: “Sono sano e salvo. Spero che questo vi giunga”.

La corrispondenza proseguì anche per i giorni seguenti. Il messaggio si ripeteva, sommesso e icastico come un mantra: “Ho tanto combattuto, ho tanto camminato. Sono sano e ormai in salvo. Dovremo camminare ancora, ma se Dio mi aiuta come ha fatto fino adesso, andrò ancora avanti e spero essere fra voi a Pasqua. È questione di tempo, la Russia è grande…!” . Il giovane sottotenente Guido Vettorazzo riuscì per merito e grazia divina a raggiungere l’Italia. Raffinato nel portamento e nel carattere. Il suo sorriso serrato e gentile accompagna i modi garbati nell’approccio verso tutti. Quando nel 2011 la sezione di Brescia gli domandò di tenere l’orazione ufficiale alla cerimonia di Nikolajewka, ci regalò una pagina introspettiva di ricordi e fatti illustrati con lucida essenzialità.

La guerra unitamente alle privazioni di fame e gelo avevano scoraggiato il suo animo, minacciato di continuo le sue capacità cognitive. Fu messo a dura prova e ne uscì un uomo migliore. “Quel che ho passato, patito e provato non si può pensare e tantomeno dire. Perciò non vi accenno neppure. Noi superstiti per miracolo saremo presto in patria, a quanto si dice. Di attesa, tenacia e pazienza sono ormai un campione, perciò… aspetto e spero. Voi fate come me”. Era il 28 febbraio 1943, circa 40 km a ovest di Gomel. Il 12 marzo, nel giorno del suo ventiduesimo compleanno, Guido ebbe in dono una tradotta, per tornare finalmente a casa.

Mariolina Cattaneo

  05/02/2015

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