Articolo Alpino

Sergente di ferro


  Argomento: Ana

Articolo di tipo Articolo   pubblicato nel numero di Novembre 2018 dell'Alpino


C’è un lago, in Siberia, che si chiama Baikal. È un posto speciale, in cui la luce brilla come in nessun altro posto: una delle sette meraviglie della Russia. Lungo 636 chilometri con una superficie superiore ai 31mila chilometri e una profondità di oltre 1.600 metri, contiene un volume d’acqua maggiore di quello dei cinque grandi laghi americani messi insieme. Disteso tra Occidente e Oriente, sulle sue rive sorgono templi buddhisti e sciamanici.

È un luogo un po’ misterioso, circondato da una natura selvaggia, che affascina quanto la sua terra, la Siberia, nome che in turco antico sta per “bella addormentata”. E poi c’è lei, Ingrid. Il sergente Ingrid Qualizza. Dopo undici anni trascorsi all’ 8º Alpini di Cividale, è effettiva alla 74ª compagnia del 6º Alpini. È nata in un piccolo paesino di montagna, Cravero di San Leonardo, meglio noto ai friulani con il nome di “Kravar”. Lì, tra le Valli del Natisone, è cresciuta, e tra quei boschi ha imparato a muoversi, ad esplorare, a correre.

Da quella piccola, sicura realtà ha spiccato il volo, e dopo aver scelto di essere tra le prime donne ad arruolarsi nell’Esercito ha voluto rilanciare, avventurandosi nella disciplina della corsa estrema, verso innumerevoli gare svolte in condizioni proibitive. E proprio durante la sua ultima competizione, la prima in climi così rigidi, si è ritrovata sulle sponde di quel lago magico, per attraversarlo, per sfidarlo. Tra il Baikal e Ingrid c’è una connessione. Li lega una storia, che ancora in pochi conoscono. È un passato che racconta di trecento friulani che costruirono la Circumbalikalica, la parte di Transiberiana che percorre la più impervia zona montuosa a sud del gelido lago. Uomini che provenivano da Montenars, Osoppo, Forgaria, Clauzetto, Trasaghis, Majano, piccoli paesi poco distanti da San Leonardo, dove ora vive Ingrid. Si legge che qualcuno di loro decise di andare a lavorare in Russia su suggerimento di un amico, il quale gli propose di presentarsi con una squadra a San Pietroburgo per un progetto dello Zar (a quell’epoca Alessandro III), che voleva “metter binari fino alla Cina”.

Si trattava di scalpellini esperti, poiché i friulani si sa, sono i migliori a lavorare la pietra, e in breve tempo assunsero ruoli fondamentali, diventando direttori di cantiere o caporali di squadre nella realizzazione di ponti, viadotti e gallerie dove le maestranze russe non possedevano le competenze per procedere con i lavori. Poi, di quasi tutti, si persero le tracce. La Rivoluzione d’Ottobre nel 1917 precluse la via del ritorno in Patria a quanti si trovavano in Siberia, poi con la Seconda guerra mondiale Stalin ordinò che tutti gli italiani fossero rimpatriati forzatamente e coloro che rimasero presero cognomi russi, rendendo praticamente impossibile ricostruire le loro discendenze. Altri ancora, avendo mantenuto passaporto italiano, furono accusati di spionaggio e fucilati.

Assume quasi il senso di una rivincita, l’impresa del Sergente Ingrid alla “Black Baikal Race”. Donna, forte, friulana, in quella terra che prima ha accolto e poi ripudiato tanti suoi compaesani, ha “sconfitto” il Baikal. Per arrivare ad affrontare i 230 chilometri sulla superficie del lago è stata già un’avventura: fino a Budapest con l’autobus, poi voli economici e diversi scali: «In pratica la mia gara è cominciata prima del tempo», scherza Ingrid. Già dalla partenza, le condizioni meteo- climatiche hanno rappresentato un grosso ostacolo. Il forte vento e la neve hanno accompagnato gli sfidanti per tutto il percorso, e le temperature sono scese oltre i -35. Numerosi incidenti hanno messo fuori gioco la maggior parte dei partecipanti, muniti di una slitta, la pulka: solo in tre hanno terminato il tragitto in poco più di tre giorni e tra questi c’è Ingrid!

«Man mano che procedevo nella preparazione - ricorda Ingrid - mi sono resa conto che il solo pensiero di una medaglia non sarebbe stato sufficiente a portare a termine il percorso. Era fondamentale tener duro anche quando l’umore viene meno o quando vedi gente preparata ritirarsi. In questo mi ha aiutato moltissimo lo spirito militare, quel ‘mai arrendersi’ del nostro motto». È orgogliosa di sé e con ragione: tre missioni all’estero, preparatissima a livello operativo, rappresenta l’essenza dell’alpinità e della montagna, che vive non solo durante il lavoro, ma anche nel tempo libero. «L’individualismo, in sfide come quella del Baikal, non deve esistere. Chi pensa ad una competizione simile come ad una gara in cui vincere un trofeo, sbaglia approccio». Ci tiene a precisarlo Ingrid, che pur formalmente fuori gara ha voluto continuare, e ha saputo farlo.

«Procedere in gruppo è fondamentale per avere risultati migliori. Il primo, l’unico rimasto ufficialmente in gara, Nicola Bassi, avrebbe potuto fare tempi ancora migliori. Ma ci ha aspettato e questo è stato un gesto saggio, perché a temperature così basse è dura farcela da solo. La collaborazione tra persone che hanno capacità ed esperienze diverse porta a risultati concreti, e così è successo; ognuno ha messo qualcosa di suo. Io avevo un background militare, gli altri due erano esperti e preparatissimi nel campo delle gare e delle spedizioni a queste latitudini, e mettendo assieme queste tre mentalità sono venuti fuori i punti di forza di tutti: se da soli si è costretti ad arrendersi a certi limiti, con una squadra che funziona bene superarli è molto più facile».

  13/11/2018

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