Articolo Alpino

Raccontate la vita


  Argomento: Ana

Articolo di tipo Articolo   pubblicato nel numero di Ottobre 2018 dell'Alpino


“Nini caro, Edmea anticipatamente questa notte alle ore 1 à partorito felicemente un bambino, sano, ma molto piccolo non essendo ancora compiuto” annunciava così la nonna, in una lettera indirizzata al figlio arruolato marconista a Desenzano, la nascita del piccolo Giuseppe, che fu subito Bepìn. Bepìn “fornaro” («mio nonno di mestiere era fornaio»), trascorse la prima notte in una scatola delle scarpe deputata a culla, al tepore del camino. Erano poche le speranze che potesse vivere, s’aspettavano anzi che da un momento all’altro chiudesse i piccoli occhi scuri per sempre. Invece stupì tutti e crebbe. A lui, fin dalla nascita, venne consegnato il talento di stupire.

«Sono nato a Castello d’Arzignano, di martedì. La levatrice aveva un cognome bellissimo e profetico: Organo! Era la fine di maggio detta ‘de la borasca dei cavalieri in furia par el bosco’, il tempo delle burrasche con i bachi da seta che mangiavano ‘di furia’ le foglie del gelso (moraro), prima di costruire e poi chiudersi nel bozzolo» racconta, mentre guarda la Brenta che corre sotto al Ponte degli Alpini. Intona “sul ponte di Bassano, noi ci darem la mano” e parla di coralità, di alpini, di futuro. La sua poesia in musica è conosciuta e tradotta in tutto il mondo, “Signore delle cime” è la più nota, composta sessant’anni fa a ricordo d’un giovane caduto in montagna, travolto da una slavina. Oggi cantata come ultimo saluto, ma spesso anche in momenti allegri, sui sentieri di montagna o stretti in un coro di voci improvvisato.

E “Joska la rossa” o il “Monte Pasubio”? E “L’ultima notte” quella bianca di Natale? Fino a “Volano le bianche” con le parole dell’amico Mario Rigoni Stern. Tutte amatissime dagli alpini e dai cultori di una musica senza tempo legata alla montagna, “pena passà la valle laoh / e dopo un fià de bosco la-oh / se slarga i prà nel cielo la-oh la-oh / varda quanti fiori la-oh”. La scorsa primavera Bepi De Marzi paracadutista alpino, è stato nominato commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana da Sergio Mattarella. «Prima me lo hanno chiesto: ‘accetta se il Presidente la nomina commendatore? Il Presidente conosce ‘Signore delle cime’ che si canta anche in Sicilia’. Beh – dico – se è una decisione del Presidente sì, la accetto.

Quando lo vedo camminare con i suoi passetti misurati e pensosi vorrei dargli un abbraccio e dirgli ti consolo Presidente e ti ringrazio». È allegro oggi Bepi, sembra di rivedere in alcune espressioni del volto, il piccolo Bepìn “fornaro” che come tutti i bambini non conosce malizia e racconta della vita con candore e semplicità; mentre parla, le dita della mano abituate a poggiare sui tasti di organi e pianoforti, spingono sul tavolo e suonano una musica immaginaria che solo Bepi può sentire. Ogni volta che lo si ascolta, ci s’imbatte nella sua capacità di raccontare le cose in modo trasversale, di unire tra loro la montagna e il canto, l’amore e la poesia sovvertendo ogni dinamica, ogni logico ragionamento. «Più alto dei pensieri – dice guardando verso nord – s’innalza il Monte Grappa. Salgo spesso lassù specialmente d’inverno. È tutto un volare di parapendii e mi ritrovo paracadutista alpino con l’ondeggiare inebriante sull’Alpe di Siusi».

De Marzi ci conduce all’introspezione, ci spinge a riscoprire la nostra coscienza, le nostre radici. Un continuo esercizio spirituale per ritrovare l’armonia, i dialetti, la fede in Dio. Le acque della Brenta incalzano rumorose, la voce di Bepi non le contrasta, si modula e arriva dolce: «Agli alpini e ai cori dico non abbiate paura dell’età. Non abbiate paura di cantare ciò che siamo. Raccontate il giorno che vivete, raccontate la nostra storia. Raccontate la vita».

Mariolina Cattaneo

  09/10/2018

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