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Non solo canto alpino
Articolo di tipo Articolo pubblicato nel numero di Gennaio 2007 dell'Alpino
Il dibattito sulla coralità.
Ho appena letto su L'Alpino di novembre l'intervento di Sergio Pivetta sulla coralità e, pur essendo corista da oltre 30 anni, confesso la mia difficoltà ad orientarmi in merito a quanto espresso. Ho iniziato a conoscere i canti proprio dagli alpini delle due guerre e posso assicurare che non eseguivano solo canti di naja e di guerra, perché nel loro modesto zaino contadino trovavano spazio anche altri valori.
Se non ricordo male nel loro canto, generalmente, c'era l'intreccio di una melodia con un controcanto o con un accompagnamento: la qualità del prodotto non era delle migliori, ma era comunque apprezzabile perché cantavano come meglio potevano quello che sentivano. A distanza di tanti decenni che significato ha dire che i canti non sono più come quelli di una volta?Mi pare che non ci sia un riferimento ai contenuti o ai testi (in tal caso si dovrebbe mettere in discussione uno dei pilastri come Il testamento del capitano , che è la rielaborazione di un canto non alpino).
Se come sembra il discorso si focalizza sulle armonizzazioni, tutti i gusti dovrebbero avere pari dignità, perché ad uno può piacere la monodìa pura, ad un altro la monodìa variamente accompagnata o arrangiata. Quello che non mi consente di orientarmi è la mancanza di un punto di partenza, di un termine di riferimento affidabile. Parlando di canti di naja in senso stretto, dovremmo mettere al bando De Marzi?Dovremmo storcere il naso di fronte alle armonizzazioni a quattro voci del filone Sat/Cauriol, ecc.?
Io spero proprio di no, ma se così fosse, personalmente sarei dell'opinione di tirare i remi in barca, perché una delle principali finalità di un coro è quella di cantar bene, con le armonizzazioni più consone alle voci disponibili. In merito al modo di cantare possiamo discutere ed obiettare finché vogliamo, ma il problema più grande della coralità è di altro genere: è infatti sempre più difficile trovare persone disposte a cantare.
Quel che conta è che si continui a cantare, perché tra qualche decennio i carbonari potrebbero essere non i nostalgici del canto incontaminato, ma molti ex coristi, reduci dallo scioglimento di parecchi cori.
Giuseppe Bestoso Imperia
Redazione L'Alpino 02/01/2007
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