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Le passerelle degli alpini, tra roccia e cielo
Articolo di tipo Articolo pubblicato nel numero di Settembre 2011 dell'Alpino
A quasi un secolo di distanza sono state ricostruite le passerelle – tra le pareti a strapiombo - sul Sentiero dei fiori, in Alta Valle Camonica, tra Cima di Lago Scuro e il Castellaccio, teatri della Grande Guerra. Misurano rispettivamente 55 e 75 metri. L’iniziativa è stata promossa dal Comune di Ponte di Legno, dalla Comunità montana, dagli Amici di Capanna Lago Scuro e dalle Guide alpine della Valle Camonica.
Il sogno era quello di tanti, in primis di Andrea Faustinelli, rifugista del Garibaldi per oltre 30 anni e guida alpina di Ponte di Legno; il progetto è dello studio associato dell’Ingegner Gianluigi Riva, alpino iscritto al gruppo di Vione; il titolare della ditta che ha eseguito i lavori è Dario Melotti, guida alpina e neppure a dirlo, alpino. Rilevante dunque la componente legata alle penne nere, presente anche il giorno dell’inaugurazione avvenuta domenica 17 luglio, tra nuvole basse e acquazzoni. Lassù, tra roccia e cielo, hanno vissuto e combattuto i nostri alpini per quasi tre anni.
Nell’estate del 1915 lavorarono duramente attorno allo spuntone roccioso chiamato Gendarme; costruirono poi ricoveri e attrezzarono il passaggio in cresta con gradini e passerelle, nate appunto per aggirare questo ardito torrione. Salire oggi è di certo molto diverso: il sentiero è in sicurezza, i capi tecnici ci proteggono dal freddo e non vi è pericolo di esser sotto il tiro nemico. Eppure l’emozione è forte: si avanza un passettino dopo l’altro, appesi ai cavi metallici ancorati nella tonalite, lo sguardo per un attimo fissa il vuoto e poi subito ritorna alto, all’orizzonte, alla vista da mozzare il fiato: il Presena così vicino, il gruppo dell’Ortles-Cevedale, quello del Bernina e ancora quello del Brenta.
Nell’animo le emozioni si mescolano, s’infiammano: l’ebbrezza del vuoto incontra la maestosità delle cime e all’improvviso riaffiora il ricordo di quei giovani alpini che quassù combatterono e vissero a lungo, che seppero arrangiarsi restando uniti, perché in nessun altro luogo come qui si comprende appieno il significato del comandamento alpino “tutti per uno e uno per tutti”.
Mariolina Cattaneo
02/08/2011
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