Articolo Alpino

Il giorno del ricordo


  Argomento: Ana

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Contrariamente alle scoraggianti previsioni meteo, Basovizza ci ha accolto con un tiepido sole e un “borino” abbastanza leggero da non dar fastidio, sufficiente a rendere l’aria frizzante. Eravamo veramente in tanti quest’anno attorno al Pozzo della Miniera (Foiba di Basovizza): associazioni degli esuli e delle famiglie degli infoibati, intere scolaresche di studenti, due provenienti dalla Sicilia, e Associazioni combattentistiche e d’Arma.

La presenza più numerosa anche questa volta è stata quella dell’Ana, con il Labaro accompagnato dai Consiglieri, 29 vessilli sezionali e quasi 130 gagliardetti di Gruppo, per un totale di oltre 500 alpini provenienti da Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Trentino, Friuli e ovviamente Venezia Giulia. Era presente un picchetto in armi del reggimento di cavalleria Piemonte 2º. In assenza del Presidente nazionale Sebastiano Favero, il Labaro - con alfiere il triestino Paolo Mazzaracco - è stato scortato dai vice Presidenti e da alcuni Consiglieri.

Numerose le autorità: il sottosegretario agli Affari Esteri Benedetto Della Vedova, l’arcivescovo di Trieste mons. Giampaolo Crepaldi, il generale Bruno Morace, comandante della Regione Militare Friuli Venezia Giulia, il sindaco di Trieste Roberto Di Piazza, il governatore della regione Deborah Serracchiani, il prefetto di Trieste Annapaola Porzio. Dopo l’ingresso dei Labari dell’Associazione Nazionale di Cavalleria e dell’Ana e dei Gonfaloni municipali di Trieste e Muggia, la cerimonia è iniziata con l’alzabandiera a mezz’asta.

A seguire la deposizione di corone d’alloro, la resa degli Onori al suono della “Leggenda del Piave” e del “Silenzio”, la consegna delle medaglie ai parenti degli infoibati e la Messa accompagnata dal nostro coro sezionale, alla fine della quale è stata recitata la Preghiera per le Vittime delle Foibe scritta dal compianto vescovo mons. Antonio Santin.

Dario Burresi
darioburresi@alice.it


Il vescovo Antonio Santin

Chi era costui? Chi viene da fuori forse non ne ha mai sentito parlare, se non come autore della famosa preghiera per gli infoibati, mentre i triestini, soprattutto quelli di una certa età, lo conoscono bene: monsignor Santin è stato il vescovo più amato dalla popolazione triestina. Nato a Rovigno d’Istria il 9 dicembre 1895, primo di 11 figli, in una famiglia italiana di condizioni modeste, di forti e sani principi morali. Fin da piccolo manifestò il suo desiderio di avviarsi al sacerdozio e, con notevoli sforzi finanziari dei genitori, fu ammesso al Collegio Diocesano di Capodistria (dove ricevette il presbiterato il 1º maggio 1918) e, dopo un periodo passato a Pola, fu nominato Vescovo di Fiume nel 1933.

Cinque anni dopo, nel 1938, divenne Vescovo di Trieste e Capodistria, e a Trieste restò fino al trattato di Osimo. La denominazione di “Trieste e Capodistria” rimase anche se dopo il 1947 la parte di territorio occupata dagli Jugoslavi fu affidata a due amministratori apostolici. Dopo la promulgazione delle leggi razziali fu l’unico ecclesiastico che osò discutere personalmente le leggi razziali con Benito Mussolini, prendendo posizione in difesa degli ebrei, senza paura, come aveva fatto in precedenza adoperandosi anche a difesa delle minoranze slave affinché potessero assistere alla Messa nella loro lingua. Tra aprile e maggio 1945 a Trieste e in tutta l’Istria, monsignor Santin svolse un intenso ruolo di collegamento tra tedeschi, partigiani e alleati, mettendo in serio pericolo la propria vita per salvare quella degli italiani. La popolazione triestina lo ricambiò con tanto affetto e devozione.

Il 30 aprile 1945 fece un voto alla Madonna: «Se con la protezione della Madonna Trieste sarà salva farò ogni sforzo perché sia eretta una chiesa in suo onore». Il tempio è sorto nel 1965, dedicato a Maria Madre e Regina, e, posto sul colle di Monte Grisa, guarda verso la città di Trieste e verso l’Istria. Come un faro di cristianità di fronte all’ateismo materialistico titino, è stato costruito in un punto d’incontro di diverse civiltà, affinché «mai più conflitti così orrendi possano insanguinare queste terre». A Capodistria nel 1947 subì una violenta aggressione da parte di elementi slavo-comunisti. Nel suo libro autobiografico “Al tramonto” racconterà: «…mi trovarono, mi insultarono, gridando che dovevo andarmene. E mi trascinarono violentemente giù per le scale percuotendomi con pugni e con legni, sulla testa.

Arrivai in cortile perdendo mozzetta, rocchetto e croce e scarpe. Ero tutto insanguinato… un energumeno aveva preso un coltello e stava uscendo brandendolo, quando la polizia, giunta finalmente, si collocò tra me e la folla urlante. E così fui salvo…». Dopo la guerra continuò la sua intensa opera a favore degli esuli e dei tanti fedeli che erano rimasti nelle zone occupate da Tito, dove la religione era vietata o boicottata. Quando, nel 1971, si dimise dalla carica di vescovo per raggiunti limiti di età, i triestini insorsero e inviarono decine di migliaia di firme a Papa Paolo VI perché Antonio Santin rimanesse ancora vescovo di Trieste.

Così, fu riconfermato nella carica ancora per 4 anni, finché ormai vecchio e amareggiato per la firma del Trattato di Osimo, si dimise definitivamente il 28 luglio 1975, proprio mentre ad Osimo si preparavano a sancire il definitivo passaggio dell’Istria alla Jugoslavia. Deluso, si ritirò in una piccola villa accanto al seminario a scrivere il suo libro “Al tramonto”. Lì il nostro amato vescovo morì nel 1981.

  09/03/2017

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