Articolo Alpino

Commemorare è educare


  Argomento: Ana

Articolo di tipo Editoriale   pubblicato nel numero di Novembre 2018 dell'Alpino


Mentre il 4 novembre in Italia si commemorava, a distanza di un secolo, l’avvenuta unificazione del Paese, insieme a tutti i Caduti che l’avevano resa possibile, mi trovavo a oltre diecimila chilometri di distanza in un sacrario militare italiano in terra straniera. A Zonderwater per l’esattezza, vicino a Pretoria in Sudafrica.

Altra guerra, stavolta, ossia la Seconda guerra mondiale. Diversi gli scenari. Non più le Alpi, ma i deserti del Nord Africa, Libia, Egitto, Etiopia… lì dove la mania del colonialismo spingeva le ambizioni di Mussolini e lì dove Hitler chiedeva all’alleato italiano di fare da diga, cominciando dalla Grecia e dall’Albania, per non essere disturbato da Sud, mentre spingeva le sue mire espansionistiche verso l’Est d’Europa e del mondo. Scenari diversi, ma pur sempre accomunati dal destino di chi ha pagato con la vita. La morte, come la musica, si mescola sempre diventando sinfonia. Capace di commuovere, di alleggerire l’animo e, soprattutto, di far pensare. Ed era un pensiero commosso quello che si scioglieva davanti a 277 tombe, aristocratiche nella loro solenne capacità di intimorire e obbligare al silenzio. Duecentosettantasette “case” dove questi fratelli hanno trovato pace, curate con l’amore che avrebbero le mani di una madre, che qui sono le mani degli alpini e, in particolare, del responsabile Emilio Coccia, che da sempre ha fatto di questo luogo un giardino della memoria. Adesso tutto intorno odora di silenzio e di ordine, a cominciare dallo zelo dei carcerati, in tuta arancio, che qui, lavorando e meditando cercano un riscatto al loro fallimento. Ma un tempo non era così. Prima che la pietà coprisse i segni di quello che fu il più grande campo di prigionia costruito dagli Alleati, qui esistevano le baracche, in legno e mattoni rossi, entro le quali finirono a blocchi 118mila soldati, fatti prigionieri dagli inglesi. Qualcuno di loro sopravvisse e ritornò in Italia. Qualcuno è rimasto laggiù. Ma i più sono morti. Qualche volta sepolti da cristiani, come si usa dire. Altre volte buttati lì, in qualche modo con quello stile che Ugo Foscolo avrebbe chiamato di “illacrimata sepoltura”. A toglierli da un isolamento senza pietà e senza rispetto ci hanno pensato ancora una volta gli alpini. Si sono mobilitati per sapere dove si potevano trovare i resti dei soldati italiani. E li hanno trovati, disseminati negli spazi sconfinati di un Paese grande cinque volte l’Italia. «Siamo andati a cercarli - ci confida Emilio. Li abbiamo raccolti col cappello in testa e li abbiamo portati qui a nostre spese. Ditelo in Italia che qui vogliamo bene ai nostri Caduti». Le parole escono scandite come rintocchi ed hanno l’autorevolezza delle sentenze. Non ci guardiamo negli occhi, perché il pudore ci fa divieto di curiosare nei sentimenti degli altri. Mi chiedo, a bocce ferme, cosa resterà di tutto questo quando non ci saranno più gli alpini a far memoria laggiù e quassù. La risposta mi viene da un detto africano, che mi risuona dentro come un ritornello: “Build a child, build a Nation”. Costruisci un bambino, costruisci una Nazione. Siamo spesso qui a interrogarci sul dopo di noi. Credo che la risposta più vera sia in questa scheggia di sapienza. Il nostro compito è educare le nuove generazioni. Niente di più, niente di meno. Con l’esempio, con la nostra storia, con senso civico e morale, con la nostra grande o fragile fede, perché altri imparino ad amare la Patria come i nostri Caduti l’hanno amata e come noi vorremmo amarla e servirla giorno per giorno.

Bruno Fasani

  13/11/2018

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