Articolo Alpino

Bol’shoye spasibo alpini!


  Argomento: Ponte Nikolajewka

Articolo di tipo Articolo   pubblicato nel numero di Ottobre 2018 dell'Alpino


Parafrasando la celebre frase di Neil Armstrong al primo passo sulla Luna potremmo dire “un piccolo ponte per un grande messaggio”. Il “Ponte dell’amicizia” adesso collega le due sponde del fiume Valuij, sostituendo quello, ormai irrecuperabile, che gli alpini attraversarono per “tornare a baita” dopo aver sfondato l’accerchiamento sovietico a Nikolajewka.

Un ponte: per sua intrinseca natura destinato ad unire le sponde come le genti. In una giornata caldissima, il 14 settembre, oltre duecento alpini, coi loro famigliari, si sono mescolati alla popolazione di Livenka/Nikolajewka, assiepandosi sulle brulle scarpatine e lungo il letto del piccolo corso d’acqua, per partecipare alla cerimonia di inaugurazione. Una cerimonia che i russi hanno preparato con cura, con coro di donne in costume, cadetti della scuola militare e ragazzini in bicicletta che sono stati i primi a passare sulle nuova struttura, messaggeri di pace verso il futuro.

Gli alpini erano rappresentati al massimo livello, col Presidente nazionale Sebastiano Favero, il Labaro scortato da una folta delegazione di consiglieri nazionali, e il gen. Claudio Berto, comandante delle Truppe Alpine. Per i russi le autorità locali al completo, coi presidenti della regione, della provincia e il sindaco di Livenka Polina Andreevna Ceban. È stata proprio la prima cittadina russa a siglare col presidente Favero il documento di consegna del ponte, poco prima del classico taglio del nastro, affidato sempre a lei, a Favero e al gen. Berto. Il ponte, “nato” da una richiesta avanzata dall’allora sindaco di Nikolajewka ospite a Brescia per l’anniversario della battaglia, viene a rinsaldare il rapporto di fratellanza (per cui è stato anche firmato l’apposito “Patto” di cui riferiamo in queste stesse pagine) creatosi tra le penne nere e la terra in cui, 75 anni fa, i nostri veci entrarono dolorosamente e valorosamente nella storia.

La struttura è stata benedetta da un pope russo e dal direttore de L’Alpino, don Bruno Fasani; quindi il Presidente Favero ha consegnato diplomi di merito a quanti hanno avuto un ruolo importante nella vicenda. Tra questi, il Presidente della Sezione Ana di Brescia, Gian Battista Turrini, perché, come abbiamo detto, di bresciano c’è molto nell’origine dell’iniziativa. Dodici metri di lunghezza, sei di larghezza, con due marciapiedi di 75 cm, il ponte in ferro è stato costruito dalla Cimolai di Pordenone (il fratello dell’ing. Armando Cimolai, Giovanni, prese parte alla Campagna di Russia): le sponde ritraggono sagome di alpini e di muli, intagliate col laser. Il progettista è l’ing. Luciano Zanelli, alpino bresciano della Sezione di Salò e Consigliere nazionale; alla posa ha contribuito una squadra di tecnici della Cmc di Vezza d’Oglio (Brescia) dei Fratelli Rizzi, specializzati nel settore.

L’illuminazione a led è stata donata dalla pordenonese Grimel di Giovanni Perin. Il viaggio in Russia per inaugurare il ponte è servito anche per festeggiare il 25º anniversario dell’Asilo di Rossosch, “tirato” nuovamente a lucido dalle penne nere. Sulla facciata dell’edificio, tra canti e danze dei bimbi e rulli delle tamburine, sono state svelate le ceramiche della Scuola di Scomigo, donate dal Comune di Conegliano, gemellato con la città russa. Personaggi delle favole italiane e russe (Pinocchio e Ricciolo d’oro coi tre orsetti), che si incontrano su un fiume Don stilizzato. Il discorso russo più commovente è quello di una mamma di un bimbo che venticinque anni fa fu tra i primi scolaretti dell’asilo. Ora ci vanno i suoi figli, in questa città orgogliosa dell’ “asilo italiano”.

Un’occasione di commozione anche per alcuni protagonisti dell’Operazione Sorriso, come lo stesso Sebastiano Favero, progettista dell’asilo insieme al fratello Davide e allo zio Bortolo Busnardo, “andato avanti” nel 2012, entrambi ufficiali degli alpini; e come l’allora sindaco di Conegliano, Floriano Zambon, pure lui alpino, tra i fautori del gemellaggio.

Massimo Cortesi


Patto di fratellanza

Una piccola firma. Un grande significato. Nella vasta piazza di Birjuč, capoluogo della provincia in cui trova la cittadina di Livenka, i rappresentati delle penne nere e le autorità russe hanno siglato quel “Patto di fratellanza” che era stato presentato in gennaio, a Brescia, per il 75º anniversario della battaglia di Nikolajewka. Allora la scadenza del mandato del governatore russo e la felice assenza per gravidanza del sindaco di Livenka avevano fatto posticipare la sigla del patto. Ma il fatto che questa sia stata apposta in terra di Russia, dove gli alpini han vissuto l’epopea più tragica, ha assunto valenza particolare. Il Presidente nazionale Sebastiano Favero, il Presidente della Sezione di Brescia, Gian Battista Turrini e il Presidente del Consiglio comunale di Brescia, Roberto Cammarata, hanno apposto le loro firme sul palco, accanto a quelle del Presidente della provincia di Birijuc e del sindaco di Livenka. Non un vero e proprio gemellaggio, accordo che richiederebbe particolari procedure politiche, ma un sincero “Patto di fratellanza”, tra gli alpini, bresciani in particolare, e la gente di quella terra su cui versarono il sangue milioni di giovani e a cui le penne nere sono indissolubilmente legate. Un patto che, si sono augurate le autorità russe, sia foriero anche di proficui scambi culturali e commerciali tra due province, tanto lontane geograficamente, ma tanto vicine nei cuori. Perché anche questa è in primo luogo una storia di persone, sentimenti, memoria: bastava vedere i sorrisi delle ragazzine che hanno danzato nella piazza per gli ospiti, l’impeto con cui le donne nei costumi contadini tradizionali hanno eseguito i canti popolari delle infinite campagne russe e gli applausi riservati al Coro Alte Cime della Sezione di Brescia (nella foto con il Presidente Turrini), sia in piazza, sia nel teatro cittadino. Nei discorsi si è insistito su pace e fratellanza, ma quasi non ce ne sarebbe stato bisogno. Sentimenti vivi questi, veri, dipinti sui volti degli alfieri alpini che portavano i vessilli sezionali e i gagliardetti dei Gruppi. L’orgoglio di esserci, testimoni in vece di chi qui ha patito. L’orgoglio di uomini semplici, con il loro cappello in testa: perché il messaggio alpino è, in primo luogo ed ovunque, messaggio di fratellanza. Le firme sono importanti, ma si limitano a sancire quello che è nei nostri cuori.

  09/10/2018

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