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Ancora un alpino a Beirut
Articolo di tipo Articolo pubblicato nel numero di Febbraio 2012 dell'Alpino
La mia generazione, ma credo non solo la mia, ha in testa un cliché degli ufficiali superiori che ricalca la descrizione fatta dall’aspirante ufficiale Ermes Rosa, nel bel libro “Arditi sul Grappa”, del primo incontro - era in leggero ritardo dovuto alla baraonda della guerra - con il comandante del suo reggimento. “Il colonnello ci guarda con i suoi occhi freddi, poi si alza con un crescendo di voce da far crollare la caverna, ci dice… insegnerò loro cosa vuol dire ubbidire sotto le armi… intanto tengano gli arresti”. Più di novant’anni dopo, all’Adunata di Torino, sfila un bel gruppo di alpini con al centro un generale di Divisione in servizio. Salutano festosi la folla che li acclama; sembrano avere appena varcato la soglia della caserma per la libera uscita.
L’ufficiale, anzi il loro “capitano”, è Paolo Serra, un militare dall’aplomb molto inglese ma dal tratto misurato e familiare. Sa stabilire con chiunque un rapporto di serena fermezza basato sulla capacità di stare sempre al livello dell’interlocutore. Piemontese, anzi torinese, rifugge con naturalezza ogni gesto o parola lontanamente esibizionistici, entra subito in simpatia riuscendo a dare anche alla conversazione più rituale una consequenzialità stringente. Con alle spalle una brillante carriera in Italia e all’estero, porta come fiore all’occhiello il comando della brigata Julia e una lunga esperienza in teatri operativi come l’Afghanistan.
Anche lì ha dimostrato di non essere semplicemente un “tecnico” militare, ma un comandante che studia a fondo le risorse umane di cui dispone, le peculiarità dell’ambiente, le modalità per operare efficacemente in contesti ambientali problematici, consapevole che un remunerativo impiego della forza armata richiede prima di tutto una perfetta conoscenza dell’obiettivo da perseguire. Ora la notizia che al gen. Serra è stato affidato il duplice incarico di comandante militare e Capo Missione (Force Commander e Head of Mission) in Libano non sorprende.
Quel Paese, un tempo la Svizzera del Medio Oriente, crocevia delle grandi civiltà e degli interessi che hanno fatto da ponte con l’Occidente, si trova oggi incuneato nel cuore di conflittualità complicate e pericolose e vive una lunga tregua armata garantita dalla presenza di 15.000 uomini dell’ONU, appartenenti ad oltre 30 nazionalità. L’uomo giusto in quel posto, lasciato poco tempo fa da un altro grande alpino, ora capo di Stato Maggiore dell’ Esercito, il gen. C.A. Claudio Graziano, è lui. Non vi è dubbio che i responsabili del Palazzo di Vetro a New York sono consapevoli che il requisito numero uno per chi deve operare in Libano con il casco blu è saper fare uso della saggezza più che della forza.
Compito di grande responsabilità che richiede un militare dall’alto profilo professionale, umano e culturale, consapevole che prima dell’arte militare in quella terra viene la conoscenza della sua storia, delle dinamiche del pensiero politico che proprio in questi mesi sta cambiando la fisionomia del Mediterraneo, della pericolosità insidiosa dei fondamentalismi e della fragilità dell’ideale democratico in contesti storicamente complessi. In una parola: un alpino.
Vittorio Brunello
25/01/2012
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