Articolo Alpino

Agli dei piacque diversamente


  Argomento: I guerra mondiale

Articolo di tipo Articolo   pubblicato nel numero di Novembre 2018 dell'Alpino


Così lo storico militare Piero Pieri descrive il rapido affastellarsi degli eventi negli ultimi giorni di guerra, di cui fu testimone diretto in qualità di ufficiale degli alpini: “Il 30 ottobre falliscono i tentativi austriaci di rinsaldare alla meglio sulla terza linea di difesa una nuova fronte; e anzi, l’8ª armata, padrona di Vittorio Veneto, inizia la vasta manovra d’aggiramento della fronte montana nemica, son una grande conversione a sinistra, sulle prealpi bellunesi.

Più a sud, la 3ª armata si pone in moto. Il numero dei prigionieri supera i 50.000, con la conquista di 300 cannoni. […] Ormai l’esercito austriaco era in pieno sfacelo. Il 1º novembre entravano in azione anche le truppe degli Altopiani, il 2 quelle di Val Lagarina e del fronte dallo Stelvio al Garda: la sera era occupata Rovereto, e il Boroevic comunicava di non ritenere possibile la conservazione delle vecchie posizioni del 1915! Le colonne nemiche erano ovunque in fuga, dappertutto, inseguite, fermate, sopravanzate dalle avanguardie italiane. Il 3 novembre alle 15,15 gli italiani entravano in Trento, meno di due ore dopo i bersaglieri italiani sbarcavano a Trieste, ancora un’ora più tardi, alle ore 18, era firmato a Villa Giusti, presso Padova, l’armistizio che poneva termine alle ostilità alle 15 del giorno seguente”.

Di quei giorni in cui si compì la disfatta dell’esercito austro-ungarico a noi rimangono soprattutto le immagini dei vinti che i fotografi e i cineoperatori italiani fissarono su pellicola: lunghe, interminabili file di soldati ormai in disarmo che risalgono al nord e salutano, sventolando il cappello e sorridendo (dopo tanto tempo il sorriso…) alla camera che li riprende; ai lati del loro percorso, le rovine, i cavalli morti, le armi abbandonate, che testimoniano lo sfacelo del mondo; e, al termine della marcia, i campi di raccolta e le stazioni ferroviarie che pullulano di questi uomini in attesa di qualcuno o qualcosa che li sfami e li riconduca finalmente ai loro paesi: sfatti, sfiniti, miserabili, cenciosi, di nuovo senza sorriso. Che cosa era accaduto a imprimere una svolta decisiva alla guerra sul fronte italiano?

Lasciamolo dire ai due storici Mario Isnenghi e Giorgio Rochat: “La battaglia di Vittorio Veneto non fu la vittoria napoleonica che proclama l’agiografia nazionale. I combattimenti sul Grappa terminarono senza né vinti né vincitori (date le circostanze, non è scorretto che entrambi i contendenti li considerino un loro successo), il forzamento del Piave fu condotto con bravura ed efficacia, ma il suo sfruttamento in profondità fu permesso non dalla manovra di Caviglia, bensì dal collasso dell’esercito austro-ungarico. Ricordando ciò non intendiamo togliere alcunché al prestigio di Diaz, Badoglio e degli altri comandanti italiani. La Prima guerra mondiale fu una guerra di logoramento che non lasciava spazio a manovre napoleoniche. Anche i successi offensivi degli alleati tra agosto e novembre 1918 sul fronte francese furono permessi dalla loro netta superiorità di forze, ma prima ancora dalla crisi dell’esercito tedesco ormai esausto, privo di riserve e di rifornimenti essenziali”.

La memorialistica austriaca è piena di questa fame, di questa miseria, di questa stanchezza, che furono complici nel chiudere i fronti. L’ingegnere-tenente Leo Handl, progettista e costruttore assieme ai suoi uomini, della “Città di ghiaccio” nella Marmolada, l’ultimo anno di guerra fu sull’Ortler e lì si avvide subito che le cose si mettevano al peggio, perché “la povertà e le forze della natura” rendevano quasi impossibili i rifornimenti e, dunque, la permanenza delle truppe in quota: le munizioni erano scarse; legna e cibo arrivavano dal basso in quantità minime e sempre più di rado; gli uomini, soldati e portatori, logorati e stanchi, soprattutto – osservava Handl – i figli dei contadini, che si ammalavano con maggior frequenza dei cittadini, essendo più deboli e più vulnerabili alle insidie del vento, del freddo, della fatica. “Un vecchio uomo galiziano mi si avvicinò, si inginocchiò, e con le mani alzate mi pregò: ‘Per favore, signor ufficiale, mi spari, sono stanco morto!’” Per sopperire alla mancanza di rifornimenti, Handl arrivò a mandare, di sua iniziativa, il sottufficiale contabile del suo reparto in Ungheria, “dove ancora non c’era miseria”, per acquistare speck e altri salumi. La guerra - stanziale, totale, imprevedibilmente lunga - non era sopravvissuta a se stessa: provocando fame, di fame si esaurì. E con essa si erano esauriti gli uomini e le risorse, i boschi e le foreste, gli animali domestici e selvatici.

Certo, a Trieste come a Trento i soldati italiani entrarono accolti da case imbandierate e plaudenti, da una popolazione festosa e fiduciosa nell’avvenire; ma tutt’attorno si stendeva la “zona nera”, dove i profughi e i soldati, rientrando dagli esili e dai fronti o dalle prigionie, trovarono le case distrutte e razziate, le campagne devastate, i boschi infranti, gli alveari senza più le api, le montagne violate, il suolo contaminato. Scrisse un profugo della Vallarsa al suo rientro: “I paesi lungo la valle erano irriconoscibili tutte le case sembravano e avevano la forma di una massa di sassi e calce. D’ogni parte del terreno, c’erano certi buchi scavati in special modo da non credere sia stato i proietili. Certe file di articolati [reticolati] davano una brutta impressione come pure tante bocchette delle gallerie scavate nei monti. Vedere tutte queste cose nuove non sembrava davero fosse la terra d’una volta, ove si è nati e cresciuti. Lungo il cammino si vedeva dei Campi Santi, nei prati qua e là delle croci, segno che giaceva una salma un eroe della Patria. Nei boschi non esisteva nessuna pianta tutto avevano tagliato. Qua e la per la campagna vedevasi dei camposanti militari, pure nei boschi si trova delle tracie umane, teste abiti corpi e tante altre cose da impressionarsi”.

Servirono anni, diecine d’anni, perché quel territorio così spogliato e disarticolato ritornasse alla normalità; o presunta, perché troppe e troppo profonde furono le ferite inferte; troppe le vedove e troppi gli orfani e gli illegittimi, troppi i mutilati e gli invalidi, troppi gli offesi e i non tornati. E troppe le lacerazioni che la guerra aveva prodotto all’interno delle comunità “irredente”, costringendola finanche al fratricidio. Insomma, tutto troppo perché “il mito della guerra eroica, la sua celebrazione monumentale, l’enfasi sul sacrificio dei volontari per l’Italia potessero incontrare facile adesione presso uomini e donne che della tragedia europea avevano conosciuto direttamente altri volti e altri scenari, e che si trovavano di fronte alla necessità di elaborare altri lutti”, spesso essendone impediti. Tutto in qualche modo pre-avvertito da coloro che, combattendo quella “guerra di liberazione”, si accorsero che fra loro e i “liberati” mancava qualcosa che li facesse identificare come “fratelli”. E ne scrissero o ne fornirono testimonianza nel dopoguerra.

Il colonnello degli alpini Giacomo Calvi, parlando di Cesare Battisti nel corso di un’intervista, ricordò: “Mi colpiva quel suo modo esclusivo di sentirsi italiano, al contrario di altre popolazioni della sua stessa zona che, pur essendo italiane per lingua e tradizione, non avvertivano nessun richiamo verso la madrepatria. Anche toccare con mano un fatto del genere aveva creato nei nostri soldati dei contraccolpi negativi: noi eravamo stati educati a pensare che il Trentino e la Venezia Giulia, tenuti schiavi dall’Austria, aspettavano solo di essere liberati: trovarci invece di fronte alla freddezza e al disinteresse, come ci è capitato spesso, metteva in crisi tutte le nostre convinzioni, facendo calare lo slancio e l’impegno… ‘Stiamo qui a farci accoppare per gente che se ne frega - pensavamo - che di unirsi all’Italia non gliene importa di niente…’” Naturalmente, non fu sempre così: la guerra chiude e apre, imprigiona e libera. Per capirlo basta anche un solo episodio come questo. Il bersagliere venticinquenne Giuseppe Filippetta arrivò a Fiera di Primiero in Trentino da Moricone (Roma), trovando ospitalità in casa di Maria O., il cui marito era a combattere sul fronte orientale contro i russi.

Nella lunga e forzata convivenza si insinuò fra i due, il soldato italiano “liberatore” e la donna italiana “liberata”, un rapporto quasi di amicizia, che inquietava più lui che lei e che fu proprio lei ad accomodare semplicemente, e pacatamente, così: “‘Giuseppe, noi siamo un po’diversi da voi meridionali: da noi non c’è gelosia come da voi. Noi vogliamo restare sotto l’Austria che economicamente ci tratta bene; ma vogliamo restarci come italiani, con le nostre scuole e la nostra lingua’. Io rimasi sorpreso, meravigliato, confuso. Da allora in poi conobbi come i governi usano la propaganda per gabbare i popoli, per spingerli fino alla guerra”. Che uomini erano quelli che, a fine guerra, tornarono “vivi” dal fronte? Erano uomini profondamente mutati, irriconoscibili, che avevano visto e fatto cose che travalicavano ogni limite precedentemente assunto, assimilati da un altrove a cui non sarebbero più sfuggiti.

La guerra li aveva semplicemente invasi, costringendoli, una volta (non) rientrati nel mondo civile, al mutismo ovvero alla coazione ossessiva al ripetere. Fin dai suoi inizi la guerra di posizione alimentò la separazione/opposizione fra il “mondo della trincea” e il “mondo dei borghesi”, proiettata sul futuro. A maggior ragione lo fece quando sembrò non aver mai fine e si accentuò la contrapposizione fra alto e basso, di cui non c’è memoria diretta o testimonianza sulla guerra di montagna che non la registri. Fra tutte, e su tutte, quella di Massimiliano Majnoni, ufficiale del Val d’Intelvi sull’Adamello: “Occupati nel nostro dovere quotidiano che ci stancava fisicamente, non facevamo nemmeno più la fatica di tornare col pensiero a quell’inizio fiammeggiante della guerra, quando eravamo partiti per salvare l’umanità e il diritto. E così non pensavamo nemmeno alla fine della guerra. Cioè ci si pensava, ma sapevamo che non era vero; non c’era ragione che finisse. Del resto, cosa importava a noi che finisse? Tanto i nostri compagni erano morti prima di noi, e avanti fossero venuti sotto le armi i soldati della pace, noi saremmo certamente tutti con le scarpe al sole.

Dunque stiamo contenti di arrivare a sera. Limitata dal circoscritto orizzonte delle nostre montagne s’era sviluppata nell’interno della compagnia una specie di fiera vita feudale; l’unità necessaria dal punto di vista militare aveva saldato anche gli spiriti. La compagnia ormai ubbidiva a proprie leggi interne, spesso in contrasto col regolamento di disciplina, alle quali s’attenevano sempre e ufficiali e soldati.” Due mondi a parte, che in guerra non si parlavano e forse non si parlarono più: nemmeno a pace firmata, nemmeno se da vincitori. Anzi, se c’è un tema che accomuna vinti e vincitori è proprio quello di una comunità militare che si era andata annidandosi nel cuore della società. Si manifesterà nel dopoguerra in tutta la sua forza dissacrante ed erompente, con tutto il suo carico di sofferenza e di violenza accumulato e represso. Rendendo la vittoria, questa volta sì, “mutilata”, come la sconfitta. Così, nella memorialistica e nella letteratura austro-tedesca il tema del non ritorno dei reduci è presente ovunque. Bastino, a provarlo, questi frammenti de Lo stendardo del grande scrittore, e ufficiale, austriaco Alexander Lernet Holenia.

“Si trattava di gente che era ritornata a casa perché aveva creduto che la guerra fosse terminata. Essa invece continuava. Continuava in tutti coloro che erano ritornati. Eppure in realtà non erano ritornati. In realtà erano ancora alla guerra, l’avevano dentro di sé, e mentre ogni cosa all’intorno avrebbe dovuto essere come era stata prima, essi non vi si intonavano più. Essi erano nelle loro abitazioni, ma avevano l’impressione di dover ripartire immediatamente. […] I reduci non erano ritornati dal campo, ma erano rimasti accanto alle artiglierie, nelle trincee, insieme ai cadaveri dei cavalli e dei compagni caduti. Ritornate erano soltanto le loro parvenze. I morti laggiù non erano morti. I vivi, ritornati a casa, erano i veri morti”.

Diego Leoni

I COSTI UMANI DELLA GUERRA

I morti sul campo dei principali eserciti

  • Russia 1.700.000/2.500.000
  • Germania 1.800.000
  • Francia 1.350.000
  • Austria-Ungheria 1.300.000
  • Gran Bretagna 750.000
  • Italia 650.000
  • Stati Uniti 100.000
  • Australia 60.000
  • Canada 60.000
  • Belgio 50.000
  • India 50.000
  • Nuova Zelanda 16.000

Il totale di 10 milioni di morti è approssimativo e non comprende le vittime civili. I profughi europei furono circa 17 milioni.

  13/11/2018

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