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  Argomento: Centenario Grande Guerra

Articolo di tipo Articolo   pubblicato nel numero di Luglio 2015 dell'Alpino


La data del 24 maggio 1915 riporta alla mente il grande fiume Piave che protagonista fortuito, assiste al passaggio dei primi fanti. Ha inizio così per l’Italia, il primo conflitto mondiale. Ma vi è un’altra data a cui far risalire l’inizio della guerra in montagna, sulle vette oltre i duemila metri dove nessuno aveva mai combattuto. 

È l’alba del 16 giugno…“comincia il fuoco l’artiglieria, il Terzo Alpini è sulla via, Monte Nero a conquistar…”. L’occupazione del Monte Nero era necessaria per dare sicurezza alle nostre posizioni di sinistra Isonzo e per lo sviluppo della manovra verso Tolmino. Lo pretendevano gli Alti comandi, spesso ignari delle difficoltà dovute soprattutto alla morfologia delle vette divenute teatro di scontro. Come la lunga pietraia del Monte Nero, sperone massiccio dal profilo inconfondibile. Scarse e lontane erano in quelle regioni l’acqua e la legna, il solo mezzo di trasporto per i pochi e difficili sentieri che salivano erano le robuste spalle degli alpini. L’ordine del generale Donato Etna era di condurre l’attacco di notte, in silenzio e di sorpresa. Furono comandate sei compagnie dei battaglioni Susa ed Exilles rinforzate, ad azione compiuta, da altre del battaglione Val Pellice. Il compito più temerario della giornata era affidato all’84ª compagnia, comandata dal capitano Vincenzo Albarello. Il fascino che il capitano aveva sui suoi uomini dava la certezza che l’ordine da lui impartito «giocare il tutto per il tutto per evitare il pericolo di essere rovesciati giù dalle rocce» sarebbe stato eseguito. Appena iniziata l’irruzione verso la vetta, l’avversario aprì il fuoco a distanza di una cinquantina di metri: il sottotenente Picco con la sua pattuglia, seguìto da Albarello col plotone in testa, si slanciò sui difensori travolgendo la prima linea formata da piccole guardie di quattro o cinque uomini, sistemati in torrette di pietrame. La vetta era presa. Alberto Picco, già ferito a un piede continuò nell’azione fino a che fu colpito al ventre. Morì così nell’estremo lembo orientale delle Alpi, tra le braccia del capitano che accolse le sue ultime parole: «Viva l’Italia! muoio contento di aver servito bene il mio Paese». Morirono in troppi anche in quella porzione di terra dove ancora oggi lingue e dialetti si scontrano e si fondono. Dove i confini corrono irregolari. Alberto Picco non rivide più il suo mare, lontano com’era da quello scatto che lo ritrae insieme ai suoi compagni di squadra: le mani puntate sui fianchi. Un sorriso appena accennato che fugge da un volto di ragazzo dagli occhi e i capelli bruni. Inconsapevole che da lì a poco avrebbe contribuito a scrivere quel “colpo da maestro” che sarebbe rimasto per sempre, uno degli esempi più gloriosi della guerra alpina.

Mariolina Cattaneo


Motivazione della M.A.V.M.

“Comandante della pattuglia esplorante di uomini scelti del battaglione che precedevano l’84 compagnia per l’occupazione di sorpresa di Monte Nero, interprete fedele degli ordini tassativi ricevuti, conscio della rischiosità dell’impresa slanciavasi col più grande disprezzo dell’esistenza, primo nelle trincee nemiche ove uccidendo alcuni dei difensori, coll’esempio incitava e trovava imitatori a seguirlo e gettare lo sgomento nei nemici. Ferito una prima volta al piede destro, continuava nell’azione, ferito ancora mortalmente al ventre e morente, abbracciando e baciando il suo comandante di compagnia, presenti molti soldati del reparto, esclamava: «Viva l’Italia, muoio contento di aver servito bene il mio Paese»”.

  09/07/2015

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