Fu un incontro
intenso e commovente, carico di
quei silenzi che valgono più di qualsiasi
parola e che ancora oggi ci trasmette un
messaggio forte, come ha sottolineato il
presidente nazionale Corrado Perona: “Gli
alpini non ricordano la guerra ma il sacrificio
degli uomini che hanno combattuto
per la loro Patria. Commemorarli
in montagna, che è l’altare dei nostri Caduti, è come
lasciarsi guidare dall’insegnamento
che ci hanno trasmesso e che l’Associazione
vuole seguire per raggiungere il traguardo
dei cent’anni e andare oltre. È come
quando camminiamo in montagna:
mai mettere lo zaino a terra, occorre fermarsi
e guardare dove sono le
nostre radici e poi ripartire con uno slancio
maggiore”.
Ad ascoltare le sue parole,
attorno alla chiesetta dedicata alla Madonna,
c’erano oltre mille persone, il Labaro,
scortato dal vice presidente nazionale
vicario Marco Valditara, dal vice presidente Sebastiano Favero e da alcuni
consiglieri nazionali. Decine i vessilli e i
gagliardetti delle Sezioni e dei Gruppi, su
tutti quelli delle due Sezioni che organizzano
il pellegrinaggio: Trento e Vallecamonica,
scortati dai presidenti Giuseppe
Demattè e Giacomo Cappellini. Tra le autorità,
il presidente della provincia di Brescia
Daniele Molgora, l’assessore alla Solidarietà
internazionale e alla Convivenza
della provincia di Trento Lia Beltrami e i
sindaci di Spiazzo e di Pelugo, Michele
Ongari e Pietro Stefano Galli. Accanto agli
alpini in armi con il vice comandante delle
Truppe alpine generale Gianfranco Rossi,
c’era un plotone del 233° Gebirgsjäger
Bataillon di Mittenwald, comandato dal
ten. col. Konrad Herborn.
La Messa, accompagnata dal coro ANA
“Re di Castello” di Daone, è stata concelebrata
dall’arcivescovo di Trento mons. Luigi
Bressan e dal presidente della Fondazione
don Gnocchi, mons. Angelo Bazzari.
Vedere tante penne nere, tanti giovani e
amanti della montagna
che dopo due
giorni di marcia, in
cui hanno condiviso
gioie e fatiche, e hanno
raggiunto il Carè
Alto, dà l’idea della
grandezza della montagna: per arrivare alla
méta ci vuole allenamento, ma soprattutto
ci vuole forza di volontà. Come ricorda
il presidente Perona: “Ogni persona
che passa tra queste vette, dove i nostri
Padri combatterono, lascia qualcosa di se
stesso”, e torna a valle più ricco.
Il senso di ritrovarsi sull’Adamello, in fondo,
è proprio nella parola “pellegrinaggio”,
ovvero un viaggio verso una méta carica
di significato. È un viaggio che per noi alpini
si compie con le gambe, ma soprattutto
con il cuore. È il viaggio verso le origini:
la montagna - senza la quale non esisteremmo
- e i Padri fondatori, molti dei
quali combattenti, che hanno pensato e
voluto l’Associazione formata da Gruppi
distribuiti sul territorio, perché avevano
intuito che la vera forza proviene da quelle
piccole, grandi comunità che erano e
sono la più vitale espressione del popolo
e che, come le radici di un albero, si vedono
forse poco, ma sono essenziali perché
possa nascere un succoso frutto.
Ne è uno splendido
esempio il gruppo di
Spiazzo Rendena
(Trento) guidato da
Renzo Bonafini, che
quest’anno, in occasione
del 50° di fondazione,
ha organizzato
il pellegrinaggio.
Quando nacque,
nel 1960, il Gruppo
aveva 82 soci e oggi
ne conta ben 440,
residenti in quasi
14
8-2010
tutti i paesi della Val Rendena. Alcuni di
loro sono stati premiati la sera di sabato
24 luglio nel teatro parrocchiale. Nel corso
dell’incontro è stato presentato anche
il libro “Pellegrini in grigioverde – ANA
Spiazzo: 50 anni di storia” di Marco Cimmino
e Walter Facchinelli, che racconta
l’Adamello attraverso i luoghi, la storia e
gli alpini della Valle Rendena.
Domenica il
pellegrinaggio si è concluso a Spiazzo. Gli
alpini hanno sfilato tra le strade imbandierate
e gli applausi della gente. Hanno
raggiunto il piazzale delle scuole medie
per assistere alla Messa conclusiva officiata
dal vescovo di Macerata mons. Claudio
Giuliodori, legato alla storia di queste
valli anche perché dal 1998 si reca in Adamello
e in particolare alla croce di granito
di Punta Giovanni Paolo II. “La camminata
verso la cima costituisce un’impresa spirituale”,
ha detto mons. Giuliodori all’omelia.
“L’Adamello è stato teatro di tragedie
immani, ma vi è nato forte l’anelito alla
pace e all’unità dei popoli. È questo il luogo
dal quale bisogna partire per costruire
la pace e la giustizia”.
Il “Viva gli alpini!”
pronunciato dal ten. col. Konrad Herborn
al termine del suo saluto, e la fraterna
stretta di mano con il presidente Demattè
hanno concluso la giornata. Il prossimo
appuntamento per la sezione sarà in ottobre
a Trento per celebrare il 90° anniversario
di fondazione. Il prossimo anno gli
alpini saranno in Valcamonica per salire
nuovamente tra le solitarie vette dell’Adamello.
Torneranno dove quasi un secolo
fa c’era il frastuono delle artiglierie e dove
si indovinano, ormai in sfacelo, quelli che
furono i baraccamenti e i fragili rifugi dei
soldati.
Torneranno lassù, dove ora il fruscio delle
ali di un gracchio che gioca con il vento
rompe il silenzio della montagna.
Matteo Martin
LE BATTAGLIE PER LA CONQUISTA DEL CORNO DI CAVENTO
Molti furono i protagonisti delle battaglie del Cavento. Le loro gesta sono nella storia. Ecco il profilo di due di essi: il col. Fabrizio
Battanta e il maggiore Alfred Schatz, ai quali è stato dedicato il pellegrinaggio in Adamello di quest’anno.
La presa del Cavento – Nel 1916 le nostre truppe controllavano gran parte del Massiccio dell’Adamello che culmina con i 3465 metri
del Carè Alto. La parte meridionale era però in mano agli austriaci che avevano trasformato una delle cime più alte, il Corno di Cavento,
in un caposaldo dal quale si potevano minacciare i presidi italiani e controllarne con agio le operazioni.
Dopo accurati preparativi e un silenzioso approccio, la notte del 15 giugno 1917, quattro compagnie di sciatori (la 1ª, la 9 ª e la 10ª al
Passo del Diavolo e la 2ª al Passo di Lares), due compagnie del battaglione “Val Baltea” (la 241ª e la 242ª) raggiunsero le posizioni di attesa.
Alle 9,30, dopo 4 ore di intenso e preciso fuoco di artiglieria sul Corno, un razzo segnalatore sparato dalla Lobbia Alta, attestò l’inizio
dell’attacco italiano.
Tre ore dopo gli alpini della 242ª compagnia, comandata dal ten. Fabrizio Battanta, raggiunsero la vetta,
costringendo alla resa i superstiti difensori austriaci: avevano attaccato con tre plotoni e i volontari del battaglione “Monte Mandrone”
la cresta nord e con un altro plotone la cresta sud. Ecco come Battanta ricorda quei momenti: “Con i miei alpini, in fila indiana, balzando
di roccia in roccia, risalii direttamente verso la sommità del monte. Avevo da un lato lo strapiombo e dall’altro la scoscesa parete
di quattrocento metri d’altezza (…) Ad un certo momento cessò il fuoco delle mitragliatrici ed il lancio delle bombe, compresi che era
venuto il momento dell’ultimo balzo. (…) Alle 12,40 informai il comando della completa occupazione del Cavento”.
La riconquista austriaca – La scarsa importanza data alla vittoria italiana nei bollettini austro-ungarici sottendeva, in realtà, un grave
smacco per l’esercito imperiale, che si riorganizzò all’interno della 96ª brigata alpina.
Dalla parte italiana, dopo una medaglia d’Argento, la promozione a capitano e il nuovo appellativo di “Brigante del Cavento” che si era
meritato, Battanta, con un centinaio di alpini, era rimasto a difesa del Corno.
La postazione difensiva più avanzata era costituita da
una galleria ad arco, chiamata “trincerone”, scavata 200 metri più a valle rispetto alla cima. Per evitare l’impatto frontale con il “trincerone”
gli austriaci scavarono dalla loro linea più avanzata per tre mesi, silenziosamente, una galleria al di sotto del ghiacciaio. Essa,
ramificandosi in tre parti, oltrepassava la trincea italiana e sbucava davanti al Passo di Cavento. La galleria di sinistra fu occupata dagli
uomini della 29ª compagnia d’alta montagna, quella al centro e di destra dagli uomini della 12ª compagnia guide. Erano tre squadre d’assalto
scelte, composte in tutto da 60 uomini.
La pattuglia di centro era comandata dal sergente Alfred Schatz di Innsbruck, esperto
alpinista e sciatore. Nonostante i suoi ventitré anni aveva già ricevuto una grande medaglia d’Argento e aveva combattuto con il I reggimento
Kaiserjäger tirolesi a Sesto Pusteria e con il grado di caporal maggiore (Unterjäger) sulle Tofane e a Monte Piano.
L’operazione scattò alle ore 5 del 15 giugno 1918. I plotoni austro-ungarici sbucarono dal ghiaccio e si scagliarono, contro il “trincerone”
sorprendendo alle spalle 38 alpini comandati dal sottotenente diciottenne Wilfrido Ambrosini. Nel frattempo la vetta fu martellata dall’artiglieria
austriaca. Da lì a poco fu presa dai reparti austriaci che salivano dal versante occidentale e quelli comandati da Schatz sul
versante orientale. Dopo un furioso combattimento presero la “Bottiglia” (così era chiamata la guglia rocciosa a metà della cresta nord
del Cavento) ed ebbero un più facile accesso alla vetta.
Il capitano Battanta, avuta notizia della perdita del pezzo d’artiglieria nella galleria principale e dell’obice di vetta,
vide la situazione volgere al peggio: “Ormai avevo intuito che la partita era persa ma non intendevo arrendermi. Gridai: «Si salvi chi può!». Poi attraversai di corsa la
galleria andando a finire sull’opposto versante della montagna, sul lato della vedretta di Lares”. Saltò dalla vetta e dopo uno scivolone di 200 metri di dislivello, si fermò
a pochi metri dal crepaccio terminale. Era a qualche centinaio di metri dal Passo del Cavento: “M’incamminai barcollando (…) Alla sella della Bottiglia due soldati austriaci,
lasciati a coprire le spalle agli assalitori, mi presero di mira. (...) Oltre agli austriaci presero a spararmi contro anche gli italiani che si trovavano al Passo. Solo quando
giunsi ad una cinquantina di metri, essi mi riconobbero e mi aiutarono a risalire il pendio”. Battanta era malridotto ma in salvo, il Corno di Cavento era però perduto. Il
sergente Schatz venne insignito della medaglia d’Oro al Valore.
Un mese e quattro giorni dopo… - La riconquista del Corno di Cavento fu affidata proprio agli alpini che lo difesero al momento della presa austriaca. L’attacco fu portato
dalla 242ª compagnia del “Val Baltea” comandata dallo stesso capitano Battanta e dai Plotoni Arditi dei battaglioni “Val Baltea”, “Val d’Intelvi” e “Monte Mandrone”
(colonna d’attacco centrale sul “trincerone” e sulla parete nord-est), coadiuvata dalla 241ª (colonna d’attacco di destra, dalla parete sud-ovest).
Il compito della 280ª era
quello di minacciare la ritirata dei difensori (colonna di sinistra), mentre la 933ª compagnia mitraglieri era appostata sui costoni, a “copertura”. L’azione sarebbe stata simile
a quella vittoriosa di un anno prima, eccetto che per il mancato utilizzo di reparti di sciatori e per un maggiore appoggio delle artiglierie.
All’alba del 19 luglio 1918 iniziò l’avanzata dei reparti mentre un intenso fuoco d’artiglieria batteva il Corno. Dopo
aspre lotte al Passo della Bottiglia, i primi a prendere la vetta furono probabilmente gli “Arditi” del sottotenente
Oreste Fioretta, seguiti dal comandante Battanta con la 242ª, che per l’azione fu insignito della medaglia di Bronzo
al Valore.
Saranno 36 gli austriaci morti nelle loro postazioni falciati dalle mitragliatrici, 74 i prigionieri, 3 gli ufficiali. Tra i
Caduti il ten. Franz Oberrauch che aveva guidato la riconquista austriaca. Morirà poco dopo aver incontrato il
s.ten. Fioretta: “Nella galleria, colma di morti e di feriti nemici, assistetti pietosamente nel trapasso il tenente
austriaco che comandava la posizione: aveva le gambe stroncate e mi pregò a gesti di buttargli addosso una coperta
che giaceva per terra accanto a lui. Si tolse allora dal fianco la sua carta topografica chiusa in un involucro trasparente
di celluloide e me la donò”. Il passaggio di consegne era avvenuto: non era ancora mezzogiorno e il Corno
di Cavento era in mano italiana. (m.m.)
Pubblicato sul numero di settembre 2010 de L'Alpino.
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